Ricordi di una “mafiosella”. Storia di una parola che fa paura

by Mariella Di Monte

Nella ricorrenza della nascita del giudice Giovanni Falcone e delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, una riflessione di natura semantica sull’origine della parola Mafia, e sui ribaltamenti di significato che il termine ha avuto nel tempo, può aiutare a comprendere certi fenomeni altrimenti inspiegabili, come la vicinanza psicologica che, nei territori più assoggettati al controllo mafioso, la gente manifesta nei confronti dei malfattori.

Il linguaggio giornalistico corrente indica con Mafia una organizzazione criminale suddivisa in più associazioni (cosche o famiglie), rette dalla legge dell’omertà e della segretezza, che esercitano il controllo di attività economiche illecite e del sottogoverno. L’articolo 416/bis del codice penale definisce un’associazione di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione, del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

Nei dialetti meridionali, però, originariamente il termine indicava altro.

Parola di incerta etimologia, per la presenza di una –f– in posizione interna, estranea alla tradizione latina, e per la sua peculiarità di voce siciliana, la ricerca delle sue origini si è indirizzata verso l’arabo e, in questo senso, la proposta più accreditata la fa discendere da مهياص maḥyāṣ ‘smargiasso’, col derivato maḥyaṣa ‘smargiassata millanteria’.

Come aggettivo, mafioso stava ad indicare una persona arrogante, ma anche intrepida e fiera, nonché qualcosa “di livello”, una persona, un oggetto o un ambiente di spicco, che nell’insieme avesse un non so che di superiore ed elevato.

Comparsa per iscritto solo nel 1863, nel testo teatrale di Giuseppe Rizzotto, I mafiusi di la Vicaria di Palermu (1863), la sua registrazione ufficiale nella lessicografia si deve al Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina (Palermo, 1868-1873) coi significati di ‘braveria, baldanza, tracotanza, spocchia’ e infine ‘nome collettivo di tutti i mafiosi’, mentre Giuseppe Pitrè, l’etnologo ante litteram che raccolse le fiabe popolari della Sicilia, nonché sodale di Giovanni Verga, precisò che il vocabolo non era stato coniato da Rizzotto: nel borgo palermitano di Santa Lucia, dove lui era nato, lo si usava già correntemente.

Chi era quindi il mafioso, prima che la parola assumesse l’attuale connotazione esclusivamente negativa? Nell’assenza dello Stato, che soprattutto nell’isola non ha mai brillato per capacità di mantenere l’ordine ed amministrare la giustizia, l’uomo d’onore, o mafioso, era qualcuno dotato della forza e dell’ascendente necessario per farsi rispettare e far rispettare i suoi; quello che poi, la domenica, passeggiava a centro piazza, elegantemente abbigliato, sottobraccio alla consorte ufficiale e ossequiato dai “baciamo le mani a vossia”. Qualcuno a cui portare riguardo e da riverire, insomma, perché si poteva ben dare il caso di doverglisi rivolgere per sistemare le cose proprie. Ai tempi di Pitrè, la “mafia” era bellezza, grandiosità, sicurezza e fierezza d’animo, baldezza.

“Mò, girət e fatt vədé. Quant’è bell, jess, e comə fa a maffiusell…” Ricordo come un sogno le parole di una vecchia zia di mio padre: quando ero bambina, nei primi anni ’70, andavamo a farle gli auguri a Natale e Pasqua e lei mi faceva piroettare per mostrare la vestina di velluto nuova, le scarpine di vernice, i calzettini di filoscozia col riccetto in pizzo e il fiocco tra i capelli. Da noi, nell’Alta Capitanata, sia il sostantivo che l’aggettivo si pronunciano con due –f-. Classe 1910, per l’anziana donna “Maffiosella” era un complimento…

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