Ridateci gli anni ‘80! E le minigonne a scuola

by Mariella Di Monte

Il mio insegnante di Italiano, storia e geografia era del ’51, io sono del ’67. Quando arrivai alle magistrali, però, lui era di ruolo già da parecchi anni. Tra noi studentesse, ogni tanto si sorrideva sul fatto che i suoi intensissimi occhi azzurri sembrassero guardare in modo speciale qualcuna di noi, ma in verità avevamo un professore correttissimo, che proprio per la piccola differenza di età sapeva bene di dover evitare qualsiasi fraintendimento.

Erano tempi in cui gran parte del vestiario femminile era ancora cucito a mano, ma fino alla terza media qualsiasi abito era mortificato dal grembiule nero, ancora inderogabilmente prescritto per tutta la scuola dell’obbligo.

Libere dall’odiata e deprimente divisa, dunque, alle superiori potemmo infine vestire come più ci aggradava: via libera a jeans e scarpe da ginnastica, che ancora non si chiamavano sneakers e, per chi ne aveva voglia e pensava di poterla sfoggiare, anche la minigonna era sdoganata.

D’altra parte, nei banchi monoblocco in legno, che ricordavano ancora gli anni del Regime, si stava sedute una dietro l’altra, le aule erano quasi sempre piccole e gli unici momenti in cui si circolava negli stretti corridoi tra una fila e l’altra erano la ricreazione e le uscite per andare in bagno.

Non rammento alcun tipo di richiamo per abiti succinti, mentre ho nitida memoria di note in condotta per gli scherzi che architettavo ai danni del professore di filosofia – uomo svagato e distratto come sanno essere solo le persone coltissime – e di Don Mario – anziano insegnante di religione, alto quasi due metri – la cui statura, chissà, non gli consentiva di osservare bene il pavimento e, soprattutto, di individuare la solita mattonella sconnessa all’ingresso della nostra aula, sotto la quale ogni lunedì, alla quinta ora, posizionavo tre fogli di quadernone ripiegati quattro volte su sé stessi. Solo la cattedra, posta a poco più di un metro dalla porta, impediva al povero prete di finire lungo disteso sul pavimento. Il giorno in cui inciampò in modo più rovinoso del solito, e minacciò di sospensione tutta la classe, mi feci avanti e confessai di essere io l’artefice della bravata: nota in condotta e richiamo da far firmare ai genitori. Il resto lo presi a casa. Madri e padri, all’epoca, non mettevano a soqquadro le scuole e non tagliavano le gomme alle auto degli insegnanti.

Lo ammetto: nel leggere che, nel 2020, la preside di un liceo romano invita le alunne a non indossare abiti succinti – perché le gonne troppo corte attirerebbero gli sguardi dei professori e dei compagni di sesso maschile – ho pensato di aver letto male.

Da vecchia ragazzaccia, non posso che approvare quelle studentesse che, di fronte ad un tale invito, in massa si sono presentate indossando gonne corte e brandendo cartelli di denuncia contro il sessismo. Mi è risalita dentro l’indignazione provata tante volte – in questi decenni passati a movimentare processi e sentenze – quando di fronte ad uno stupro si è cercato di far passare le vittime come “agenti provocatori”, con gli aguzzini assurti quasi al ruolo di vittime.

E mi sono chiesta se un riflusso culturale tanto potente non sia il segnale, per le donne che si stanno affacciando al mondo, del prospettarsi di tempi molto più cupi di quelli vissuti da noialtre.

Se la scuola è il luogo dove uomini e donne in fieri apprendono i rudimenti del vivere civile, oltre alle nozioni di base per lo svolgimento di mestieri e professioni, mi lascia perplessa l’idea che sia possibile entrare in classe con il burqa o con l’hijab, ma non con una gonna più corta.

Di certo, preoccupa il ritorno di una cultura oscurantista, che rimette in discussione conquiste acquisite da decenni, abitudini liberali che pensavamo ormai stratificate nell’agire collettivo occidentale.

Le parole sono importanti: se è una donna a stigmatizzare come provocante l’abbigliamento di altre donne, non viene in gioco semplicemente una coartazione della libertà delle studentesse, ma si instilla in ragazzi e ragazze il germe di un sessismo che poi si farà ancora più fatica a combattere nella vita di tutti i giorni.

Episodi, certo, ma che denotano l’importanza di prestare attenzione alla qualità della formazione del corpo docente: tra professoresse che si mostrano nude sui social e pruderie d’antan che fanno capolino anche nelle metropoli, davvero c’è da augurarsi che quest’anno scolastico non disorienti ulteriormente adolescenti già provati dal lockdown e tuttora sotto la spada di Damocle del Coronavirus.

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