Salvini, i bacioni, l’hapax legomenon e la lotta alla barbarie

by Mariella Di Monte

Talora, quando ero bambina e ragazza, mi si prendeva in giro perché cercavo di parlare in modo forbito e articolato e usavo termini precisi in luogo di circonlocuzioni. Da adulta, di fronte al penoso spettacolo di una politica ridotta a parlare per emoticon, tweet e immagini Instagram, penso che la lotta alla barbarie, di destra non meno che di sinistra, debba iniziare dalla riscoperta e consapevole uso di un linguaggio meno truce, meno banale e meno volgare.

Non ci si può arrendere all’idea che per farsi comprendere occorra parlare utilizzando i soli, famosi trecento lemmi – che più studi scientifici dicono sia la quantità media posseduta e dominata da un liceale odierno – e penso, anzi, che la gente abbia una gran voglia ed un gran bisogno di ascoltare e di leggere concetti più articolati, espressi con termini nitidi e specifici, magari accompagnati da una prossemica più consona al livello istituzionale rivestito.

Ben vengano, dunque, in questo corto circuito linguistico-politico-istituzionale, che insegue al ribasso l’ignoranza e non la cultura, le parole di Massimo Cacciari. Intervenuto a “Otto e mezzo”, e parlando di Salvini e della sua incredibile parabola suicida, il filosofo, saggista e già sindaco di Venezia, ha utilizzato, spiegandone il significato, l’espressione “hapax legomenon”, portandola a conoscenza di tutti e mettendo tutti in grado di comprendere qualcosa che è, invece, termine tecnico ultra specifico di linguisti e filologi e sta ad indicare una cosa più unica che rara. In senso letterale, infatti, significa parola (λεγόμενον=legomenon) che in un testo è riportata solo una volta (ἅπαξ=una volta sola).

Ma qual è il ruolo dell’intellettuale, se non quello di rendersi dispensatore di una sapienza che per i più è difficile procurarsi? Il dramma dei tempi che viviamo è dato anche, se non soprattutto, da una classe di pseudo scrittori e pseudo giornalisti, che fanno successo, in alcuni casi, veicolando contenuti che, anche dal punto di vista linguistica hanno una forte carica di fascinazione del male e che invogliano all’imitazione una gioventù afflitta da vacuità assiologica (termine che viene dal greco ἄξιος= àxios: valido, degno, e λογία da λόγος= logos, cioè discorso).

È il caso di Saviano e dei suoi romanzi, in parte frutto di plagio accertato dall’autorità giudiziaria, che hanno creato una generazione di “Gomorroidi” che parlano, agiscono e si esprimono come se fossero eternamente sul set di un film di camorra. Per altro verso, fanno rabbrividire alcuni dei casi editoriali recenti, come il libro di Fabrizio Corona, “Non mi avete fatto niente” – il cui titolo è già un programma, conoscendo le vicissitudini personali del suo autore – o, peggio ancora, il fresco di stampa  “Le corna stanno bene su tutto” di una certa Giulia De Lellis, social influencer  – sic! – ed ex corteggiatrice di “Uomini e donne” – programma spazzatura di Canale 5 – che, quanto a libri, si è sempre vantata di non averne letto nemmeno uno.

Se questi sono i moderni romanzieri, non va meglio con la politica che, quando non si esprime nelle aule parlamentari al suono di “poltronari”, “mojito” e “Papeete”, comunica esclusivamente attraverso i social, ritiene un orpello il congiuntivo e manda “bacioni” e “ciaone” all’avversario di turno, né con i giornalisti politicamente allineati, che talora definiscono apertamente nemico il leader dello schieramento opposto, come nel caso di Fabio Sanfilippo, caporedattore di RadioRai, sottoposto a procedimento disciplinare dopo un post in cui invitava Salvini a suicidarsi e sosteneva la necessità che alla figlioletta di sei anni venisse fatto seguire un opportuno programma di recupero. Barbarie di destra e di sinistra, con ogni evidenza e con buona pace di una certa intellighenzia tuttora assai supponente.

Apprezzabile, in controtendenza, il modo di esprimersi del Presidente della Repubblica Mattarella e, quanto al Presidente del Consiglio Conte, possono essere più o meno apprezzabili i contenuti delle sue ultime allocuzioni alle Camere, ma non si può ignorare quanto distante sia il suo aulico ed elegante eloquio, in confronto alla imbarazzante, debordante grossolanità a cui ci siamo progressivamente abituati. Meridionali entrambi, stanno dando al Paese, da questo punto di vista, una lezione di civiltà e compostezza che è una boccata d’aria fresca, rispetto ai fumi tossici esalati dalla cavità orale di politicanti di ogni risma e, purtroppo, da rappresentanti delle istituzioni anche di grado elevatissimo, convinti che occorra parlare “potabile” per essere compresi dalla pancia della gente, come se il corpo sociale fosse interamente composto da decerebrati, intenti solo ad ingozzarsi di cibi spazzatura e incapaci, non dico di parlare, ma nemmeno di comprendere termini appena appena più elevati.

Lungi dal dare esempio di altezzosa chiusura intellettuale e di superbia culturale, Massimo Cacciari ci ha dato, con la citazione dell’hapax legomenon, una lezione sulla quale dovremmo meditare un po’ tutti.

Il populismo, inteso anche quale odio del diverso, si combatte anche tornando a parlare in modo diverso, perché le parole sono certamente pietre, come la narrazione di Carlo Levi magistralmente insegna, ma possono contribuire a far sbocciare tra quelle pietre, se correttamente usate, bellissimi fiori.

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