Scuola e sanità, quando il decentramento fallisce

by Mariella Di Monte

Il presidente della provincia di Foggia, Nicola Gatta, ha disposto la sospensione delle attività didattiche e amministrative degli istituti di istruzione secondaria superiore di secondo grado, secondo un calendario “a scaglioni”, che parte dai comuni di Foggia e Cerignola e sarà aggiornato man mano, al fine di procedere agli interventi di sanificazione ed igienizzazione degli ambienti.

Ma il sindaco di Foggia Franco Landella non ci sta e, nel precisare che “all’interno delle scuole materne e comunali di nostra competenza, le attività di sanificazione le abbiamo già espletate” invita i suoi concittadini a portare tranquillamente i figli a scuola “perché la situazione è sotto controllo. Abbiamo bisogno di tranquillità e di serenità e non di atti che creano e producono allarmismo”.

Chi dei due ha ragione, in punto di diritto?

Con la riforma della Costituzione del 2001 sono state ridefinite le competenze in materia di pubblica istruzione: allo Stato è rimasto il potere di emanare le norme generali del sistema di istruzione, mentre Regioni ed Enti territoriali hanno la competenza di organizzare il servizio d’istruzione e formazione sul territorio. Stato e Regioni devono comunque concorrere a definire insieme molte funzioni inerenti al sistema nel suo complesso. Per quanto riguarda gli obiettivi formativi e di apprendimento, i contenuti dell’insegnamento e gli ordinamenti scolastici, quindi, gli istituti di istruzione sono vincolati alle norme generali definite dallo Stato, nell’ambito di quelli che l’articolo 117 della Costituzione definisce “livelli essenziali delle prestazioni, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Invece, nella logica del decentramento e del rafforzamento dell’autonomia territoriale, talune funzioni e competenze amministrative già del ministero dell’istruzione sono state trasferite alle Regioni, ai Comuni e alle Province. Il calendario scolastico, per esempio, la programmazione dell’offerta formativa integrata di istruzione e formazione, la distribuzione della rete scolastica sul territorio, l’istituzione e la chiusura di scuole, il diritto allo studio, le borse di studio e altro.

Parallelamente a quanto si era già proceduto a realizzare con la riforma del Sistema Sanitario Nazionale, anche nella scuola si è cercato di rendere autonomi gli Enti locali, sul presupposto che una maggior conoscenza delle esigenze del territorio garantisse prestazioni di servizi più appropriate.

Ma è andata davvero così?

L’emergenza Coronavirus – con il Presidente del Consiglio costretto a minacciare i governatori delle regioni di limitarne le prerogative, ove non si fosse raggiuto il coordinamento – ha fatto saltare il tappo di una questione, quello della cosiddetta “offerta di salute”, le cui diseguaglianze tra le varie regioni d’Italia sono sotto gli occhi di tutti. Infatti, sebbene i Livelli Essenziali di Assistenza siano stati previsti con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 novembre 2001 ed aggiornati nel 2017, è evidente che, in materia di assistenza non meno che in materia di istruzione, ci siano regioni di Serie A, come l’Emilia-Romagna e la Lombardia, e regioni quasi da terzo mondo, come la Calabria.

Quanto alla gestione manageriale delle ASL, abbiamo assistito, soprattutto nel Sud, ad un taglio selvaggio di posti-letto e alla chiusura della quasi totalità delle strutture ospedaliere pubbliche nei comuni non capoluogo di provincia. A tutto questo ha fatto riscontro un aumento della sanità convenzionata: strutture gestite da privati e autorizzate, in quanto provviste di determinati requisiti, che attraverso la procedura dell’accreditamento ottengono di operare in nome e per conto del SSN e vengono finanziate secondo un ammontare globale indicato negli accordi contrattuali stipulati. Le tariffe massime remunerabili sono definite in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale e calcolate tenendo conto dei costi standard e dei tariffari regionali. Ovviamente, la sanità privata offre le prestazioni che hanno più appeal sul mercato e maggior redditività, lasciando al sistema pubblico i settori meno appetibili dal punto di vista economico. E tra questi ultimi, come drammaticamente è balzato agli occhi in questi giorni, ci sono i reparti di pronto soccorso e medicina d’urgenza.

E che si fa, quando i pochi ospedali e punti di primo intervento territoriale vengono presi d’assalto?

Ogni regione si è dotata di un numero verde apposito per questa emergenza e ha adottato protocolli sanitari diversi e, parallelamente, ogni presidente di regione e provincia e ogni sindaco ha adottato provvedimenti in merito alla chiusura degli istituti scolastici devoluti alla sua competenza.

Insomma, una bagarre totale, che sta mostrando come Regioni ed Enti locali non siano in grado di gestire in modo maturo e razionale situazioni del genere e come sarebbe auspicabile, almeno per la salute e l’istruzione, fare un passo indietro sulle autonomie, riportando allo Stato centrale competenze troppo delicate e cruciali per la vita dei cittadini.

You may also like

Non è consentito copiare i contenuti di questa pagina.