Siamo quello che diciamo: l’origine delle parole

by Mariella Di Monte

Raramente ci pensiamo, ma il linguaggio, le parole che usiamo, ci connotano come popolo e danno conto della nostra identità antropologica, prima ancora che culturale. 

Molto tempo prima che arrivasse il National Geographic, ad attestare che la Puglia è la regione più bella del mondo, il nostro territorio era già oggetto della brama di conquista di molti popoli. Grotta Paglicci, in territorio di Rignano Garganico, è stata abitata fin dal paleolitico superiore, cioè decine di migliaia di anni fa. A pensarci, vengono i brividi. Dalla preistoria alla storia, le prime tribù di cui si hanno notizie certe furono i Dauni, di origine illirica e ceppo indoeuropeo, probabilmente provenienti dai Balcani, poi, attorno al diciannovesimo secolo avanti Cristo, arrivarono le popolazioni egee. La colonizzazione greca andò avanti ancora per un millennio e più. Prima che sorgesse l’astro di Roma a dipanare le eterne lotte tra dauni e sanniti, sottomettendo gli uni e gli altri, la piana del Tavoliere era già costellata di città di importanti, a partire da quella Luceria, nel tentativo di liberare la quale l’esercito romano andò incontro, nel 321 a.C., alla sconfitta delle Forche Caudine. Caduto l’impero d’Occidente, fu la volta dei bizantini, dal cui dignitario con funzioni di governatore, detto Catapano, la provincia di Foggia prese il nome di Capitanata, che tuttora conserva. Ai Bizantini, comunque, seguirono longobardi e normanni. Con Federico II e gli Svevi la Daunia conobbe il suo periodo più luminoso per lo sviluppo civile, artistico e culturale. Il palazzo reale di Foggia, le cui poche superstiti vestigia sono visibili lungo il perimetro esterno dell’attuale Museo Civico, fu per circa trent’anni la residenza prediletta dello Stupor Mundi, morto “Sub flore” nel castello di Fiorentino, di cui si conservano pochissimi resti, in territorio di Torremaggiore. Dopo gli Svevi vennero gli Angioini, gli Aragonesi, i Borboni, la breve parentesi murattiana, infine l’annessione al regno d’Italia.

Ognuna di queste dominazioni si è depositata, strato dopo strato, apportando qualcosa al DNA delle nostre genti, alla loro cultura e al loro linguaggio, arricchendoli in modo peculiare. Ed è proprio il linguaggio a rendere ragione di quanto antica sia la civiltà della nostra Capitanata, quel linguaggio fatto di termini che i centoquaranta caratteri di un tweet e le emoji usate al posto del sentimento corrispondente minacciano di estinzione.

Alla ricerca delle parole che ci contraddistinguono, in quanto sono “nostre” e, spesso, non hanno un preciso corrispondente in italiano, di quelle che, dette da noi, assumono diversa valenza semantica e di modi di dire particolari, ci si imbatte in scoperte interessanti, che in questa rubrica vogliamo condividere.

A lungo ci siamo considerati, e abbiamo consentito che gli altri ci considerassero, appendice linguistica e culturale dell’area napoletana; la qual cosa è certamente vera, ma non rende totalmente conto delle nostre specificità.

Siete pronti a partire con noi? Andremo alla ricerca delle parole tipiche della nostra identità foggiana, a rischio di estinzione come tutte le altre, in quest’era dominata dall’omologazione e dalla tendenza alla semplificazione.

Parolando parolando, alla riscoperta delle nostre origini e del nostro carattere. 

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