Siamo tutti attesi a Samarcanda. Ma nel frattempo proviamo a vivere

by Mariella Di Monte

Sono sempre stata convinta che esista un modo per prevedere il futuro: immaginarlo e lavorare sodo per costruirlo, adattandosi al mutare delle circostanze e aggirando gli ostacoli di cui ogni cammino è costellato, senza lasciarsi scoraggiare da quanti, lungo la strada, proveranno gusto a illustrare, con dovizia di particolari, tutte le possibili cause di fallimento di qualsiasi iniziativa. E siccome questa certezza mi accompagna sin da quando ero bambina, ho finito per prestare sempre scarsa o nulla attenzione alle narrazioni catastrofiste, ai profeti di sventura, alle cassandre.

Parlando di attualità, trovo che la comunicazione di quanti avrebbero il dovere di aiutare la gente a formarsi un’idea precisa di ciò che sta accadendo sia semplicemente raccapricciante, ragion per cui leggo i giornali ma non vedo la televisione. Non che i giornalisti della carta stampata stiano facendo meglio dei loro colleghi che vanno in video ma, quantomeno, un articolo di giornale non è accompagnato dalle voci ansiogene e dalle espressioni funeree dei telecronisti.

Il numero dei morti quotidiano è un dato che non mi interessa, se non dal punto di vista storico: ho ben chiara la percezione di vivere un momento che sarà studiato dai miei nipoti, anche se forse non avranno né scuole, né libri né insegnanti, soppiantati dalle diavolerie che proprio queste settimane, distopiche oltre ogni immaginazione, hanno sdoganato dai libri di fantascienza. E chissà che non debba essere un automa a raccontare loro del 2020 e degli uomini di tutto il mondo costretti a stare in casa, con l’illusione di fermare l’avanzata di una subdola influenza che uccideva di preferenza gli anziani già molto ammalati, quasi a ricordare che la morte può essere esorcizzata e beffata a lungo, ma attende tutti.

Mi rendo conto che questo possa essere scambiato per cinismo, ma sono convinta che il genere di racconto messo in scena in questi giorni convulsi – in cui il sudario della paura si è disteso, soffocante, sull’intero pianeta – sia più contagioso della stessa pestilenza e, a forza di diffonderlo, possa fare molte più vittime del virus. Quando molti pensieri si focalizzano in un’unica direzione, e quando questi pensieri sono associati e potenziati da forti emozioni, si viene a generare una “forma-pensiero” che va sotto il nome di “Egregora” o “Eggregora”.

L’Egregora è una specie di “creatura immateriale”, che cresce se viene alimentata costantemente dall’attività psichica delle menti umane e può essere assimilata, per certi aspetti, all’inconscio collettivo teorizzato da Jung.

In questo momento siamo quasi trascinati a nutrire, con la nostra paura, una Egregora negativa, che produce, a cascata, effetti perniciosi sul sistema immunitario, rendendoci più deboli rispetto all’avanzata della pandemia e, in generale, di ogni tipo di patologia. Ove non soccorra la spirito critico, la paura della malattia, tanto più temibile perché non ancora conosciuta abbastanza, può finire per predisporre le condizioni di spossatezza psichica che aprono la porta al virus.

È per questo chepreferisco impiegare il tempo sospeso della quarantena obbligata per tutti a scrivere, cucinare, cucire, leggere, cantare.

Mi sovvengono i versi di una nota ballata di Roberto Vecchioni:

Il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.
Salvami, salvami, grande sovrano,
fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità.
Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c’è.
Corri cavallo, corri ti prego,
fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego,
corri come il vento che mi salverò

Fiumi poi campi, poi l’alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c’era su la porta quella nera signora.
Stanco di fuggire la sua testa chinò:
eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!
Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato,
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda,
non facessi in tempo ad arrivare qua…

Il brano riprende una parabola del Talmud Babilonese, in cui si racconta di come un giorno Re Salomone, accortosi che l’Angelo della Morte era triste, gliene chiese il motivo.
«Perché mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi», rispose quegli, riferendosi a Elihoreph e Ahyah, i due scribi etiopi di Salomone. Il Re volle salvare i suoi preziosi uomini e li fece scappare fino alla città di Luz ma, quivi giunti, i due morirono immediatamente.
Il giorno seguente Salomone incontrò di nuovo l’Angelo della Morte e vide che sorrideva. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Hai mandato i due etiopi proprio nel posto in cui li aspettavo!» risposte la Morte.

Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

E allora, siccome ognuno di noi è atteso esattamente in un posto, un giorno e un’ora che non è dato sapere in anticipo, quanto è sterile l’esercizio di preoccuparsi per una fine che arriverà comunque?

Perché non approfittare proprio di questo momento per esercitare la gratitudine, per vivere con letizia e senza paura?

Potremmo fare un esercizio semplice: un consuntivo serale, scrivendo su un foglio cinque cose per cui essere felici della giornata appena trascorsa.

Se alla fine di un giorno che ha segnato altre centinaia di morti siamo ancora vivi e vegeti, abbiamo già un ottimo motivo per essere grati a Dio, o alla Vita, o a chi vogliamo.

Se poi abbiamo avuto cibo e materie prime per preparare qualche manicaretto, il secondo motivo è bello che trovato. Il frigo pieno, peraltro, presuppone la disponibilità di denaro anche dopo molti giorni di assenza dal lavoro, ed ecco dunque il terzo motivo.

Se a tavola abbiamo avuto con noi tutta la nostra famiglia, c’è anche il quarto. Io, che ho mio figlio lontano e bloccato in Spagna, ogni giorno lo videochiamo all’ora di pranzo. Per me è il quarto motivo di gratitudine sapere che lui sta bene ed è sereno, malgrado si ritrovi confinato in casa in terra straniera.

In questi giorni di freddo terribile, avere un tetto sulla testa e una casa riscaldata è il quinto motivo.
Chi ha ancora i genitori, poi, è un privilegiato e, anche se in queste settimane non li può abbracciare, avrà trovato il sesto motivo di gratitudine.

Se i nostri parenti e amici più cari sono in buona salute, siamo già al settimo.

Anche se l’esercizio dice che cinque bastano, ognuno di noi può trovarne infiniti altri.

Perciò, non diamola vinta ad una narrazione che ci nega la speranza, che ci rende fragili e indifesi di fronte alla malattia. Restiamo in casa, nell’interesse nostro e della collettività, ma ribelliamoci al terrore e pensiamo positivo.

La brutta notizia è che moriremo tutti, anche a prescindere dal Coronavirus, la buona notizia è che, nel frattempo, possiamo scegliere di vivere felici.

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