“Spari pure, io non mi intimido”. La criminalità fa leva sulla paura

by Mariella Di Monte

Nel giorno della morte di Raffaele Cutolo, capo dei capi della Nuova Camorra Organizzata, diventa virale un post di Facebook che ricorda una delle sue vittime, il vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia, che pagò con la vita lo sgarro di aver perquisito il boss al ritorno da una udienza processuale.

Accadeva, ed accade tuttora, che le gerarchie criminali vengano fatte valere nelle carceri come e forse più che fuori. E accade che anche gli uomini pagati dallo Stato per sorvegliare e custodire chi le leggi dello Stato le viola siano timorosi di fronte al potere esercitato da certi delinquenti di rango.

Giuseppe Salvia non ebbe esitazione e mostrò agli agenti della penitenziaria come dovrebbe comportarsi un servitore dello Stato. Uscì dal suo ufficio, quel sette novembre del 1980, e perquisì personalmente “Don Rafaè”, pagando con la vita il suo gesto di coraggio. Un commando composto da sei uomini lo attese il 14 aprile del 1981 sulla tangenziale di Napoli, allo svincolo dell’Arenella, mentre tornava da sua moglie e dai suoi figli, di tre e cinque anni.

Molti anni dopo, nel 2013, al funzionario fu conferita la medaglia d’oro al valore civile.

Nel 1994, giovanissima, entrai in polizia penitenziaria e fui assegnata al carcere di Poggioreale, dove tuttavia non lavorai neanche un giorno, perché immediatamente distaccata agli uffici sul Viale dei Colli Aminei, dove erano ospitati il Tribunale dei Minori e relativo centro di prima accoglienza e il Centro di Servizio Sociale per Adulti, che ora si chiama Ufficio per L’esecuzione Penale Esterna.

Rimasi a Napoli poco meno di un anno, ma in quella città e in quell’ufficio di frontiera imparai a decrittare codici e linguaggi della criminalità e del mondo che con essa si rapporta. E compresi che per ottenere il rispetto di un delinquente occorre non averne paura.

Molti anni dopo, ad inizio 2015, in un altro territorio di frontiera e in un’altra situazione critica, avrei avuto occasione di mettere a profitto certi insegnamenti.

Ero stata chiamata, come “tecnico”, a ricoprire il ruolo di assessore alle politiche sociali e sanitarie della città di San Severo, avevo scoperto che molti illustri personaggi legati a vario titolo alla criminalità locale beneficiavano di contributi comunali e volevo vederci chiaro. Perciò presenziavo ai colloqui che le assistenti sociali tenevano con l’utenza.

“Una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca” e così si era presto sparsa la voce che il nuovo assessore aveva in animo di rivoluzionare equilibri stabilizzati da tempo, con la politica che foraggiava un certo tipo di elementi. Per non averne fastidio, voglio sperare, più che per vera e propria contiguità.

Com’è come non è, una sera ero da sola nei vecchi uffici di Via Salza, alle spalle del Commissariato di P.S.

Mi arriva in stanza una tipa sulla sessantina, cognome importante tra un certo tipo di famiglie, e inizia a minacciarmi perché le è stato tolto il contributo che da sempre indebitamente percepiva. Tra me e questa specie di Erinni c’era solo la scrivania, che da un lato era addossata al muro; di fatto, se la tizia avesse occupato lo stretto spazio che c’era tra la stessa e l’altra parete, mi avrebbe chiuso la via di uscita. E fu esattamente quello che fece. Mani ai fianchi, atteggiamento di sfida, si piazzò tra il lato corto della scrivania e il muro: “E mò famm vedè che sa fa!”

Era chiaro che voleva, quantomeno, intimidire quella signora bionda e delicatina, che prima di salire a Palazzo Celestini lavorava in un ufficio giudiziario e sicuramente non aveva mai menato le mani in vita sua.

Fu uno di quegli attimi in cui tutta la vita ti passa davanti. Calcolai che era più anziana e più bassa di me, contando sull’effetto sorpresa. Mi alzai si scatto, spostai la scrivania e la presi per la collottola. Ne vidi gli occhi sbarrati, mentre le sibilavo a pochi centimetri dal naso e in dialetto: “U sa che facev jie quand ne jev assessor? L’ispettore di polizia penitenziaria a Poggioreale.”

La sentii afflosciarsi sotto la mano che ancora le stringevo al collo, mentre tutta la sua baldanza veniva meno. Lasciai la presa e la vidi, sconcertata, tornare dall’altro lato della scrivania, mettersi a sedere sulla sedia che aveva poc’anzi minacciato di scaraventarmi addosso.

“Vabbon, però d stu fatt amma parlà.”

Per onestà intellettuale, ammetto che quando andò via ebbi un capogiro: avevo appena messo le mani addosso ad una pericolosissima esponente della locale gerarchia criminale. Ne parlai al sindaco, ripensai al senso che intendevo dare alla mia avventura politica – anche in rapporto al fatto che continuavano a sfuggirmi molte cose del rapporto tra amministratori e un certo tipo di amministrati – e compresi che sarebbe stato difficile continuare a rischiare da sola, andando allo scontro diretto con un mondo che il resto di quanti avevo intorno preferiva non affrontare.

Per qualche giorno ebbi anche paura di ritorsioni. Avevo figli ancora piccoli e una era disabile grave, avrebbero potuto farmi del male in molti modi. Quando salirono in ufficio le figlie di un altro boss locale, che nei precedenti colloqui erano state molto aggressive, e chiesero permesso, sedendosi “sul pizzuco di sedia” e sforzandosi di parlare in italiano, compresi invece che quel gesto eclatante era stato valutato positivamente: avevo dimostrato di non avere paura e, perciò, meritavo rispetto.

Nel resto dei pochi mesi che ancora passai in assessorato non ebbi mai più problemi con un certo tipo di utenza, mentre non altrettanto felici furono i rapporti con la stessa politica che mi aveva chiamato a Palazzo Celestini, forse sperando che fossi tanto sprovveduta da farmi foglia di fico per coprire certi andazzi e tanto ingenua da firmare senza leggere.

La mafia, la camorra, la delinquenza in generale sono montagne di merda, ma se la parte sana e maggioritaria della società impugnasse ramazze e badili, il letame si potrebbe spalare in tempi brevi. Fino a quando quelli come Giuseppe Salvia saranno lasciati soli, invece, i Cutolo vinceranno sempre.

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