Tra convenienza e sopravvivenza, l’omertà si apprende da bambini. E intanto il territorio muore

by Mariella Di Monte

Dopo il gravissimo sabotaggio avvenuto nelle scorse ore ai danni dell’Antica Cantina di San Severo ad opera di ignoti – che hanno aperto i bocchettoni di sedici dei diciannove giganteschi silos ivi esistenti, con il versamento di venticinquemila ettolitri di vino – il nostro territorio si trova, ancora una volta, a dover fare i conti con una realtà di intimidazione e sopraffazione.

I danni, patrimoniali e di immagine, arrecati all’economia di una intera città sono incalcolabili. Almeno per ora, come quasi sempre accade in questi casi, nessuno ha visto, nessuno sa, nessuno parla. Le forze dell’ordine, dalle nostre parti, devono fare i conti con lo spesso muro del silenzio che, tra paura e opportunismi di vario genere, circonda una delinquenza che anche da questo trae ogni giorno maggior forza.

Tra i tanti spagnolismi sopravvissuti nei nostri dialetti, ve ne sono alcuni che, per la frequenza di utilizzazione e la stessa radicazione nei comportamenti collettivi – che poi sono la somma di quelli individuali – più di altri connotano il carattere delle popolazioni meridionali. Uno di questi è omertà.

In senso stretto, l’omertà è il silenzio su un delitto o su parte delle circostanze di esso, la solidarietà che porta a coprire gli autori di un misfatto, per interesse proprio o per timore di vendetta.

Dal punto di vista etimologico, si pensa possa essere una variante napoletana di umiltà, intendendosi come tale la regola di obbedienza imposta agli affiliati ad un’organizzazione mafiosa. Più probabilmente, però, essendo un termine originariamente utilizzato dai dialetti siciliani, che intendono l’omertà come virilità, come qualità dell’uomo d’onore, è più ragionevole pensare che sia un adattamento dallo spagnolo hombredad = virilità, da hombre = uomo.

C’è un dato di fatto difficilmente confutabile, tutto meridionale: fin da bambini, si cresce interiorizzando il concetto che “chi non si fa i fatti suoi muore ucciso, chi se li fa campa cent’anni” e che il silenzio è una virtù virile, perfino civile; non bisogna raccontare nulla di ciò che si è visto, men che meno denunciare. Parlare, raccontare, mettersi in contatto con i rappresentanti della legge è sinonimo di “infamare”, verbo tra i più disdicevoli che si possano coniugare: tra persone d’onore, i conti si regolano con la vendetta.

Un distorcimento di valori per cui la sopraffazione, che comporta l’ossequio e la sottomissione al prepotente di turno, diventa cosa positiva, mentre la ricerca della libertà, da realizzarsi attraverso gli istituti della legalità, diviene qualcosa da stigmatizzare e da punire.

In società condizionate da retaggi storico-antropologici le cui origini si perdono nella notte dei tempi, un certo tipo di “uomo d’onore” assolve al ruolo che le autorità statali tuttora faticano a ritagliarsi, soprattutto nelle zone più interne e difficili da raggiungere, mediando tra le esigenze di sicurezza e di punizione dei contadini. Un ruolo non diverso da quello che il “patronus” romano rivestiva nei confronti dei suoi “clientes”: l’importanza di un potente era commisurata alla clientela che ogni mattina, all’alba, andava a salutarlo e a farlo partecipe delle proprie lagnanze e richieste di aiuto, che il patronus era tenuto ad ascoltare, adottando atti e misure volti a risolvere i problemi prospettati. A loro volta, i clientes erano obbligati ad aiutare economicamente il patrono in caso di necessità, a riscattarlo in caso fosse stato catturato in ostaggio, a concorrere alla spese sostenute per accedere ad una magistratura (all’epoca gli incarichi magistratuali erano tutti elettivi e non retribuiti. Un’elezione comportava, più o meno come ora, spese ingentissime e, una volta vinta, il ristoro economico era affidato alla capacità del patrono di far “fruttare” l’incarico).

Il moderno patrono mafioso, così, da un lato si propone come una sorta di cavaliere che, in assenza dello Stato, vendica i torti e ristabilisce l’ordine, dall’altro impone la legge del silenzio, dell’omertà, appunto: se la giustizia dello Stato non è in grado di occuparsi delle cose che riguardano la gente, perché la gente dovrebbe rivolgersi ad essa per denunciare quanto sa o ha visto, rischiando la vendetta di chi si ritenga “infamato” da tali testimonianze?

Ecco che l’omertà e il comportamento mafioso divengono comportamenti percepiti, in modo erroneo, addirittura come pro-sociali, in quanto funzionali alla sopravvivenza propria e della propria famiglia. Infrangere il compatto muro dell’omertà, in tutto il meridione, comporta gravi rischi: non pochi imprenditori sono stati uccisi per aver denunciato chi gli chiedeva il pizzo. Tuttavia, il mafioso risponde, comunque, ad interessi di natura personale, laddove lo Stato tutela il cittadino in quanto tale, senza distinzioni di qualsivoglia appartenenza e senza contropartite. E, inoltre, quello che poteva avere un senso quando le strutture del moderno stato burocratico non si erano ancora formate, non ne ha più oggi. Quel che molti ignorano è che determinati comportamenti, oltre a non essere espressione di alcun particolare valore sociale, sono addirittura puniti dalla legge: nascondere l’autore di un reato o tacere su circostanze che potrebbero aiutare l’autorità giudiziaria nelle sue ricerche integra gli stremi del reato di favoreggiamento.

In senso più ampio, continuare ad insegnare ai nostri bambini che “chi non si fa i fatti suoi muore ucciso e chi se li fa campa cent’anni” finirà per condannarli ad una vita sempre più grama ed insicura, quand’anche lunga, e sempre più condizionata dalla paura, mentre l’intero territorio lentamente muore.

Di fronte a gesti così turpi, che offendono l’onesto lavoro di migliaia di agricoltori e l’anima stessa della nostra comunità, parafrasando Martin Luther King, la speranza è che chi sa o ha visto trovi il coraggio di aprire la porta e dare ascolto alla coscienza: lungi dall’essere una forma di difesa, l’omertà è la prima causa di decadenza della nostra società e ci colpisce tutti, indistintamente.

Svegliamoci, dunque, e recuperiamo l’uso della ragione! Nessuno di noi può sentirsi sicuro che, domani, non tocchi a lui vedersi danneggiato.

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