Tra feste, farina e forchetta, il mese di maggio e le celebrazioni religiose di ieri e di oggi

by Mariella Di Monte

Fin dall’antichità, la primavera è stata tempo di festeggiamento per gli uomini, stagione di accoppiamenti rituali, nozze sacre in cui il Principio maschile e quello femminile si mescolavano per propiziare la fertilità. Durante il Medioevo ed il Rinascimento, la festa del Calendimaggio celebrava il rifiorire della natura, i giovani passavano la notte della vigilia nei boschi, in promiscuità; allo spuntar del giorno raccoglievano fiori di campo, arbusti e rami di biancospino che poi portavano in paese, per adornare finestre e balconi delle case, con molte lamentele e reprimende da parte della Chiesa, che mal tollerava certe “turpi” usanze popolari.

Prima ancora, al Circo Massimo si celebravano le Floralia, cui si partecipava con abiti variopinti, a imitazione dei fiori. Flora rappresentava il vigore della Natura, fecondata dal sole nascente e protetta dalla benefica influenza della Luna, che spinge sulla terra addormentata e sui rami spogli dopo il gelo invernale. Di importazione egiziana, invece, il culto di Iside, dea della natura e della fecondità, madre di tutte le cose e dea universale; insieme a Osiride e al figlio Horus formava la triade suprema della religione egizia che, secondo alcune letture, può essere idea originaria di quella che sarebbe poi diventata la trinità” cristiana. Tracce del suo culto si rinvengono in alcune figure di Madonna nera venerate dalla cristianità in diversi luoghi, tra cui San Severo, Foggia e Loreto. Il cristianesimo antico, in realtà, non prevedeva alcuna forma di devozione che non fosse rivolta esclusivamente a Dio, ma la penetrazione della nuova religione in territorio greco-romano comportò la necessità di integrare culti preesistenti, onde consentire alle popolazioni pagane di ritrovare elementi a loro familiari. In questo senso, il culto di Maria è la più appariscente delle contaminazioni e anche quella che più contrasta col dettato dei Vangeli: Gesù era un ebreo e, da buon monoteista, mai avrebbe pensato a proporre il culto di sé e, men che meno, avrebbe accettato che a sua madre venissero tributati particolari onori. Ciò malgrado, nel corso dei secoli, la Chiesa ha elaborato una “teologia mariana” – in un processo di sincretismo approdato, con il Concilio di Efeso del 431 d.C. al riconoscimento ufficiale – che ha concentrato su Maria tutte le caratteristiche e le mitologie delle divinità pagane femminili, materne e vergini, adattando ad essa anche le relative festività ed i templi preesistenti. Moltissime chiese cattoliche, infatti, sorgono su antichi templi di Iside, dalla chiesa di Santo Stefano a Bologna alla cattedrale di Notre Dame a Parigi, recentemente attinta da un devastante incendio.

Collateralmente ai festeggiamenti religiosi, di cui rappresentavano spesso un momento centrale, nel mondo romano antico erano organizzati, come forma di intrattenimento per la popolazione, i ludi (ludus al singolare, cioè gioco, svago, spettacolo). All’inizio essi erano tenuti nel circo, pertanto detti ludi circenses, e consistevano in corse a bordo di carri condotti da un auriga, che si chiamavano bighe o quadrighe, a seconda che fossero tirati da due o da quattro cavalli. Successivamente, a questi primi giochi si aggiunsero altre esibizioni, come le venationes, cioè gare di caccia ad animali selvatici ed esotici, e i ludi gladiatorii, cioè i combattimenti all’ultimo sangue tra uomini armati di una spada corta detta gladio. I Romani sapevano bene che le pulsioni più recondite e l’aggressività connaturata all’essere umano hanno bisogno di essere sublimate e scaricate in qualcosa di controllabile. In questo senso, l’eccitazione per il sangue che scorreva negli anfiteatri era un mezzo ottimale.

Nei giorni dedicati ai ludi erano sospese le attività private, perché tempo dedicato alle divinità tradizionali, e per quanto l’intrattenimento finisse per essere preponderante come partecipazione popolare e mettesse in secondo piano il sentimento religioso. I ludi venivano organizzati da collegi sacerdotali con soldi pubblici, presentati dai consoli in carica e associati alla responsabilità degli aediles, che usavano aumentare lo splendore di tali intrattenimenti con soldi propri, al fine di incrementare la propria fama, di aumentare le rete di pubbliche relazioni e di accattivarsi il favore del popolo in vista della elezione alle magistrature superiori, consolato in primis. Non a caso, ai ludi erano connessi anche banchetti pubblici e lavori come la costruzione e la rimessa a nuovo di un tempio.

A duemila anni di distanza, mutate le forme apparenti, la rimodulazione dei riti  appare  irrilevante: le confraternite hanno sostituito i collegi sacerdotali e i sindaci, come gli aediles, in vista dell’elezione a cariche superiori, dalla Regione al Parlamento, in occasione delle feste patronali cercano di darsi lustro organizzando giochi pirotecnici e spettacoli musicali sempre più splendidi, anche se non investono risorse proprie, a differenza dei loro antichi predecessori .

L’avvento del cristianesimo proibì la partecipazione ai cruenti spettacoli dell’età antica, che man mano furono sostituiti con altri mezzi per esprimere la propria valenza fisica e liberare la propria aggressività. Dai tornei medioevali, ai pali della cuccagna, ai moderni fuochi pirotecnici, dalla corsa dei tori di Pamplona, all’esaltazione dei fujenti a San Severo, la componente folcloristica, violenta, pagana, che evoca i riti baccanali,  ha sempre vivificato e caratterizzato le manifestazioni popolari, sia ispirate allo sport – si pensi al pugilato, alla lotta greco-romana, al rugby e alla scherma – sia quelle religiose, quasi che la finalità funzioni da pretesto al vero motivo scatenante l’assembramento collettivo che a sera, nelle antiche bettole, talora diveniva orgiastico e che oggi si esprime in lunghe tavolate nelle strade del sud.  Per poco che si attraversi la notte dei tempi, la gestualità, il contatto fisico, il momento isterico, l’urlo e l’appariscente, sottolineato dalla piromania, insieme all’alcol e ai riti sacrificali, oggi rappresentati dalle specialità carnee cotte alla brace, sono i comuni denominatori di un orientamento comportamentale che sublima nella festa gli aspetti più etologici della “civiltà umana” non raramente caratterizzata dal tribale.

Più ci si avvicina all’equatore, più la festa si illumina, sale di tono e di volume, più coralmente coinvolge la popolazione in dinamiche furoreggianti e in cori che esaltano una musicalità catartica e liberatoria.

Benvenuto, dunque, al mese di maggio. Tempo di rinascita e di feste, cristiane e prima ancora pagane, mese della mamma, della Madonna e del femminino sacro, che si esprime tuttavia nell’orgiastica ossessione maschile per il sangue, il rumore e il furore.

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