Tra il Giorno della Memoria e quello del Ricordo

by Mariella Di Monte

La storia dovrebbe poter essere obiettiva ma, come tutti sanno, essa è scritta dai vincitori. Da sempre. Ed è questa la ragione per cui, da millenni, si parla più volentieri e con maggior dovizia di particolari dei crimini di guerra perpetrati dai vinti, e in questo senso i crimini della seconda guerra mondiale non fanno eccezione.

I nazisti ed i loro forni crematori furono fin da subito esibiti, com’era giusto che fosse, all’esecrazione mondiale, ed altrettanto giusto fu stigmatizzare le aberranti teorie razziali poste a fondamento dell’Olocausto: crimini contro l’umanità talmente violenti, ripugnanti e folli che è quanto mai opportuno continuare a ricordarli alle generazioni anagraficamente lontane da quei decenni di barbarie, da quel “secolo breve”, secondo la felice definizione di Eric Hobsbawn, che iniziò nel giugno 1914 – con l’attentato di Sarajevo che costò la vita all’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico, e causò lo  scoppio della prima guerra mondiale – e terminò nel 1991, con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, ultimo sistema totalitaristico sopravvissuto.

Tuttavia, mentre si consumavano le abominevoli follie nazifasciste, altre tragedie, mosse da motivazioni altrettanto esecrabili, avvenivano in Europa, senza che né prima né dopo altri morti innocenti ottenessero almeno il conforto del ricordo.

Sulle foibe, ad esempio, sulle migliaia di morti e le centinaia di migliaia di italiani del confine orientale costretti ad un esodo senza ritorno, per decenni si è steso il velo della storia scritta dalle potenze vincitrici, una delle quali era proprio l’URSS.

Eppure una foiba ed un forno hanno sortito, per i malcapitati che vi sono finiti dentro, lo stesso esito, su questo non v’è dubbio. Ma si è dovuti arrivare al 2004 perché fosse istituito con legge il “Giorno del ricordo”, in memoria dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, e perché fossero conferiti dei riconoscimenti ai parenti delle vittime soppresse o infoibate in Istria, in Dalmazia, a Fiume e nelle province dell’attale confine orientale, tra l’8 settembre del 1943, data dell’annuncio dell’armistizio di Cassibile, e il 10 febbraio 1947, giorno della firma dei trattati di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, precedentemente facenti parte dell’Italia.

A più di settant’anni di distanza da quei massacri, non dovrebbero esserci a riguardo ulteriori reticenze, neppure da parte di quella fazione politica che, pur alla lontana, discende da un partito, quello comunista, tanto solerte nel rivendicare i meriti della Resistenza quanto sordo e cieco di fronte ai massacri imputabili alla propria corrente ideologica.

Credo che sia arrivato il momento di ricordare tutti gli eccidi e tutte le stragi di quegli anni scellerati, in cui l’odio e la banalità del male sembravano aver steso la loro coltre soffocante su tutta la terra, e di condannare tutti gli eccessi. Quelli dei vinti e dei vincitori, di destra e di sinistra.

E se è vero, com’è vero, che furono trucidati e tacciati di “fascismo” i nostri connazionali del confine giulio-istriano-dalmata, per il sol fatto di essere isole italiane in un mare di slavi (e comunisti), è altrettanto vero che, nei decenni immediatamente precedenti, la politica di italianizzazione forzata perseguita dal fascismo aveva contribuito a rinforzare un odio etnico ancestrale: ogni azione contiene il germe della reazione, per questo ognuno di noi, a maggior ragione chi ha responsabilità politiche, dovrebbe interrogarsi sul peso delle proprie azioni e sulle possibili conseguenze delle proprie decisioni.

Il presente contiene il passato ed è contenuto nel futuro. Ricordare nel nostro presente – fatto di immigrazione, di tensioni culturali e, da ultimo, di psicosi sanitaria – gli errori del passato potrà servire affinché il futuro resti immune dagli odi e dagli orrori già visti e non si cada, una volta ancora, nella tentazione di dividerci tra uomini e di cercare un nemico su cui scaricare le tensioni di una società sempre più disumanizzante.

Se sapremo trasmettere il ricordo di quel che la guerra è stato ed ha fatto, dalla parte dei vincitori non meno che da quella dei vinti, forse sapremo fare a meno della guerra. Di tutte le guerre.

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