“Volevamo solo divertirci un poco”, l’insostenibile leggerezza del male

by Mariella Di Monte

Μανδόριος in greco antico, Manduris in latino, questa cittadina in provincia di Taranto potrebbe derivare il suo nome dall’indoeuropeo mandus, cioè “cavalli”, perché i Messapi che la fondarono erano abili allevatori di equini, o dal mandorlo, albero caro agli abitanti e presente sullo stemma civico.

Nota perfino a Seattle e a Canberra, grazie al “Primitivo”, non per i cavalli, né per il mandorlo e men che meno per il nobile vino Manduria è da giorni sotto la lente dell’opinione pubblica, ma per la tragica morte di Antonio Stano, il 66enne vittima della follia omicida di un gruppo di adolescenti annoiati.

La diffusione dei video che documentano le angherie perpetrate ai danni di una persona anziana, malata e sola ed i messaggi raccapriccianti che i ragazzi coinvolti si scambiavano, nell’indifferenza di un’intera comunità che sapeva, sentiva ogni sera le urla di terrore e di dolore della vittima, ma ha voltato fino alla fine la testa dall’altra parte, testimoniano il livello di patologia che affligge parte della nostra società.

Per celebrare i maxi processi contro i mafiosi occorrono anni di indagini e grandi aule ma questa volta, probabilmente, una di ordinaria capienza sarà sufficiente per analizzare e punire, in tempi brevi, le condotte del branco che ha agito in stile “Arancia Meccanica”. Tuttavia, un’accurata indagine, condotta con l’apporto di sociologi, psicologi, psichiatri e antropologi a supporto del P.M. e della P.G. operante, porterebbe alla formulazione di capi di imputazione a carico di innumerevoli soggetti. Oltre ai diretti responsabili di mesi di torture e di un efferato omicidio, giovani consapevoli, viziati, oziosi e volontariamente crudeli, andrebbe esaminata la posizione dei genitori: omissivi nell’educazione, disattenti ed anzi assenti, incapaci di un sia pur simbolico ceffone; vivi e vegeti, eppure morti agli occhi dei loro stessi figli, riuniti in una chat whatsapp denominata, non a caso, “Gli orfanelli”. E che dire dei costruttori di diseducativi videogiochi che portano all’allucinazione? E degli ideatori della perfida videocomunicazione, che storicizza e ostenta gli stupri? E dei registi televisivi che, per alzare lo share, mitizzano lo stile di vita mafioso e veicolano una “pedagogia criminale” sinistramente fascinosa? E poi la scuola inadeguata, i vicini che sapevano tutto e tutto sentivano, le forze dell’ordine che, nel rispetto della legge, aspettavano da un povero disabile la formalizzazione di una querela, e gli altri ragazzi che, nel culto malato dell’omertà come indice virile, pur se non direttamente coinvolti, si guardavano bene dal parlare e si divertivano diffondendo i video.

 – Signori della Corte, non compaiono in quest’aula, perché latitanti, gli erogatori dei servizi sociali, i responsabili delle politiche giovanili, le agenzie dello sport. In questa triste vicenda, come sull’Orient Express di Agata Christie, tutti hanno inferto un colpo ad un innocente asserragliato in casa, piuttosto che curato e tutelato da una struttura pubblica. Ecco, ora posso iniziare ad esporre le ragioni della condanna, che la pubblica accusa chiede di pronunciare a carico di quattordici scellerati e di chi li ha allevati e portati a questo livello di degrado mentale, in nome della ragione prima che della giustizia, della logica oltre che del codice penale e della umana pietà per un disabile. Ma, poiché l’ultima parola spetta alla difesa, l’esercito dei loro avvocati potrebbe parlare per gli anni necessari al maturare della prescrizione, profondendosi in sproloqui buonisti sul possibilismo rieducativo, le esimenti conclamate per via di particolari circostanze, le attenuanti specifiche e generiche, prevalenti sulle contestate aggravanti, e quella minore età affermata nel codice penale e talvolta esclusa da quello civile, perché “malitia supplet aetatem”.

Scontata la linea della difesa: – Presidente, signori della Corte, tutti questi bravi ragazzi, frequentanti della parrocchia, comunicati e cresimati con tanto di sontuosi festeggiamenti, muniti dei titoli di studio della scuola dell’obbligo e apprezzati figli di ottime famiglie, sono innocenti! Hanno agito in stato di incoscienza: credevano di essere al luna park, con le spade fluorescenti e i proiettili vaganti dei laser elettronici. Pensavano, semplicemente, di essere in un videogioco e volevano solo divertirsi un poco, suvvia. Quanto alle famiglie, non c’entrano nulla: i genitori erano al lavoro per pagare le bollette, l’ultimo modello di telefonino, le vacanze a Malta, i parrucchieri per le feste di fine corso di equitazione, gli aperitivi e gli happy hours; troppe le incombenze, per trovare anche il tempo di insegnare cosa è il bene e cosa è il male. La polizia e le altre forze dell’ordine erano impegnate nella lotta alla mafia e alla corruzione, con mezzi umani e materiali ogni giorno più ridotti, in un territorio esigente come il nostro; i politici erano in campagna elettorale e gli amici erano sugli spalti a godersi lo spettacolo: come i romani al Colosseo, si eccitavano per la lotta dei gladiatori contro le bestie feroci.

Peccato che quel povero pensionato di feroce non avesse nulla, se non, forse, la speranza di essere lasciato in pace.

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