Campagne elettorali di oggi e di ieri. L’onestà era una chimera anche nella Roma antica

by Mariella Di Monte

Chiamati ad eleggere il Presidente della regione ed i suoi consiglieri, noi pugliesi ci siamo trovati di fronte ad una scheda grande quanto un lenzuolo a due piazze, e l’ironia si è sbizzarrita sui social.

Otto candidati alla presidenza, per un totale di ventinove liste a supporto, e la bellezza di quasi millequattrocento candidati alla carica di consigliere: un assalto alla diligenza di proporzioni davvero inusitate, ma la politica, si sa, è una professione molto ambita, soprattutto al Sud, dove il lavoro non c’è, o non lo si sa creare. Che poi fa lo stesso.

Durante la campagna elettorale non sono mancati i colpi bassi e, come sempre, si è cercato il consenso ovunque fosse possibile, a suon di promesse e di elargizioni. Causa Covid, quest’anno aperitivi, pranzi e cene non hanno avuto la stessa frequenza del solito, con sollievo, forse, dei candidati – che hanno potuto contenere in qualche modo le spese – e con qualche dispiacere dei tanti che, normalmente, affollano gli eventi di questo e quello. Le città, invece, non hanno avuto sconti, e sono tappezzate di manifesti, al solito, ben al di là degli spazi all’uopo destinati, mentre il manto stradale affonda nel mare di “santini” con facce, simboli e slogan. Altro pattume, aggiunto a quello che già normalmente non si riesce a smaltire.

Anche le dinamiche umane subiscono, in queste settimane, modificazioni significative: c’è quello che normalmente “se la tira” e non guarda in faccia i suoi simili ma, avendo spuntato una candidatura, magicamente diviene affabile e ricorda perfino nomi e cognomi di quanti non si è mai filato nemmeno di sguincio, mentre è classico il consigliere regionale uscente, che non si è mai visto sul territorio, per il quale non ha prodotto un bel niente, non ha mai risposto al telefono e ora – salagadula, magicabula, bibbidi, bobbidi, bù – batte palmo a palmo ogni recondito angolo del collegio nel quale si ricandida, promettendo l’apertura di ospedali, aeroporti, tribunali e pure il mare, nuvole personalizzate per ogni agricoltore e finanziamenti ad ogni progetto, per strampalato che sia.

Degenerazioni della modernità? Non esattamente.

I peggiori vizi dei politicanti di oggi, infatti, erano tutti presenti già nell’antica Roma. Anche allora, ilcompetitor di bianco vestito – il candidatus era così chiamato perché indossava una toga di lana sbiancata, in segno di purezza e di onestà – organizzava comizi nei quali decantare le proprie virtù e le capacità con cui, se già detentore di una carica elettiva, aveva gestito la cosa pubblica.

L’equivalente degli odierni manifesti erano le iscrizioni parietali. Quelle conservate dalla cenere di Pompei ci restituiscono messaggi straordinariamente moderni: “Eleggete Lucio Rusticello Celere, perché ne è degno”, “Votate per Bruttio Balbo, che conserverà le casse municipali”.

Quanto alla corruzione, la compravendita dei voti avveniva – chi l’avrebbe mai detto – mediante l’allestimento di sontuosi banchetti, regali ai capipopolo, posti a teatro e giochi gladiatori. Dal momento che, almeno nell’età classica, le spese ingenti per garantirsi un’elezione erano sostenute direttamente dal candidato, per ambire ad una carica politica occorreva essere molto ricchi o, comunque, molto ben introdotti in certi ambienti.

E ben lo sapeva Giulio Cesare, che approfittò del proconsolato in Gallia per rifarsi dei debiti contratti nelle precedenti campagne elettorali: dapprima quella per l’elezione ad edile curule (magistratura che aveva compiti tra loro eterogenei, tra cui conservare e riparare i templi = eades, da cui derivava il nome, organizzare giochi e festività, occuparsi di fogne, acquedotti e mercati cittadini, mantenere l’ordine pubblico), poi quella a Pontefice Massimo, che gli costò una somma altissima, quella da pretore e, infine, quella da console.

La circostanza che le leggi de ambitu – cioè quelle relative proprio alle campagne elettorali – cercassero di mettere un freno alla corruzione la dice lunga su quanto, anche duemila anni fa, le competizioni fossero viziate dalla sistematica compravendita di voti. Ma, esattamente come oggi, fatta la legge, si trovò il modo di aggirarla: negli ultimi tempi della Repubblica, sorsero dei comitati di sostenitori di questo o quel candidato. Gente facoltosa, ovviamente, che si accollava le spese necessarie all’elezione del proprio uomo in cambio dei vantaggi che in seguito ne avrebbe avuto.

Fures privatorum furtorum in nervo atque in compedibus aetatem agunt, fures publici in auro atque in purpura…”

Nella sua scoraggiante attualità, l’amara constatazione del vecchio Catone sui ladri di beni privati messi ai ceppi, mentre a quelli di beni pubblici sono tributati onori e ricchezze, ci rammenta che mondo era, mondo è e, verosimilmente, mondo sarà.

L’onestà dei politici era ed è merce rara – checché ne vadano cianciando quelli del Movimento 5 Stelle, che sulla loro pretesa virtù hanno costruito una sbalorditiva fortuna – e l’impegno per gli elettori durava e dura il tempo di una campagna elettorale. Quanto ai cittadini, non resta loro che consolarsi, pensando che le cose vanno avanti allo stesso modo da sempre.

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