Il caso Greenwood e la dubbia fortuna degli stalker

by Enrico Ciccarelli

Diverse fonti asseriscono che la Juventus, la mia squadra del cuore, stia trattando l’acquisto dell’esterno inglese Mason Greenwood, in forza alla squadra spagnola del Getafe dopo una lunga permanenza al Manchester United, nel cui vivaio è cresciuto e che tuttora ne detiene il cartellino.

Non si discutono in questo articolo le sue doti tecniche, ma il fatto che sia stato protagonista di una brutta storia di violenza e di stupro nei confronti della fidanzata Harriet Robinson, che all’inizio del 2022 ha diffuso su Instagram delle foto di sé con inequivocabili tracce di violenza accompagnate dalla scritta «Guardate cosa mi ha fatto Mason» e la registrazione di un audio nel quale Greenwood la costringe a un rapporto sessuale.

Segnaliamo che, anche se la vittima non ha sporto denuncia (i due, dopo un periodo burrascoso, si sono riconciliati e adesso hanno una bambina), il calciatore è stato immediatamente arrestato, i tifosi gli hanno dichiarato ostracismo assoluto e la società lo ha messo fuori rosa. Anche quando le accuse sono cadute (perché Harriet non aveva intenzione di testimoniare contro il suo fidanzato e la Pubblica Accusa non riteneva, in mancanza di questo, di poter ottenere una sentenza di condanna), lo United ha ritenuto di mandare il giocatore all’estero in prestito. E inutile dire che la Nazionale inglese, a tutt’oggi, lo ha escluso da qualsiasi convocazione.

Si badi, non siamo in presenza di accuse controverse, come quelle che in passato hanno riguardato diversi calciatori, compreso l’idolo planetario Cristiano Ronaldo, ma di un’evidenza documentata, per la quale la condanna morale è stata unanime e senza appello a prescindere dai risvolti giuridici: quello che avviene quando una società prende piena consapevolezza della gravità del problema della violenza sulle donne. In Italia? Le discussioni social riguardano la compatibilità o meno di Greenwood con gli schemi e le idee del nuovo allenatore Thiago Motta. Quello che avviene quando una società, la nostra, rende omaggi meramente formali a una causa che non sente propria.

Resta nell’ambito dell’insondabilità delle scelte individuali la decisione di Harriet di continuare la relazione con Greenwood e addirittura portarla a un livello di maggiore intensità con la nascita di una loro bambina. Troppo facile, dall’esterno, darle della svalvolata, della sottona masochista o peggio; in realtà, anche se spesso in modo meno radicale, si tratta di una delle cose che rendono molto più facile la vita agli stalker, ai maschi abusanti e alla vasta categoria dei codardi senza dignità che fanno violenza (non sempre e non necessariamente fisica) alle donne: il fatto che le loro condotte avvengano in seguito a un’affettività, a un’intimità, a una precedente fiducia.

Si usa spesso, per queste situazioni, l’espressione «amore tossico». Tuttavia, come annotava una mia amica di grande acume, si tratta di un’espressione errata e fuorviante: nessun amore è tossico, e lo svilupparsi di una relazione tossica, a prescindere dalla sua durata e intensità, è la testimonianza autoevidente che di amore non ce n’è mai stato. Ma questo non cancella la dimestichezza, e l’illusione ottica che da sempre accompagna tutte le relazioni: «con me sarà diverso».

Se il killer di Maria Traiano, che ha assassinato la moglie che lo aveva lasciaro colpendola con premeditazione e crudeltà in chiesa, ha potuto risposarsi dopo avere scontato la sua (secondo noi) troppo breve pena è perché la donna che è al suo fianco pensa che a lei non capiterà, che con lei sarà diverso.

È pazza? No, è umana. Perché ciascuno pensa al proprio sentimento, all’emozione che sta provando, come a qualcosa di unico e irripetibile. Per questo donne, anche di grandissima intelligenza e sensibilità, affrontano a cuor leggero relazioni con persone che hanno precedenti di violenza o di stalking; paradossalmente credono che questa sia una prova di eccellenza della loro specificità. Il che comporta la ricerca costante di spiegazioni, di attenuanti, di giustificazioni. Perché tutti preferiamo credere alla bellezza di un essere amato che non è mai esistito anziché accettare la dura realtà di esserci sbagliati, di essere stati tratti in inganno dalle nostre emozioni.

Intendiamoci: a questi atteggiamenti contribuisce il patriarcato dominante, il ritardo profondissimo delle istituzioni e dei loro rappresentanti, da molti, troppi esponenti delle forze dell’ordine a troppi giudici, donne e uomini. La subalternità relazionale è figlia diretta della subalternità economica e sociale, ma la trappola dell’incredulità colpisce anche in situazioni che ne sono apparentemente prive.

Perché Giulia, la ragazza ligure sui venticinque anni che ha lasciato il suo coetaneo Andrea (che, tanto per cambiare, «non si rassegna alla fine della relazione»), riceve un messaggio nel quale quest’ultimo, sapendo che lei sta per iniziare un’altra storia, le dice che per punirla le avrebbe ucciso il cane e la madre (di Giulia, non del cane) e non fa assolutamente niente?

Perché non ci crede, perché nessuno pensa che una persona sana di mente potrebbe anche solo immaginare una cosa del genere, figurati uno con cui ti sei baciata, a cui hai detto cose di te mai dette a nessuno, con cui hai diviso lune piene e paesaggi, canzoni e serate! E invece Andrea lo fa, si apposta vicino alla casa dei genitori di lei, con una roncola uccide il cagnolino e ferisce in modo grave la madre e il padre di Giulia, che solo per fortuna potranno raccontarlo. Un caso particolarmente infame e odioso perché esprime una sorta di modello-Medea che va oltre il consueto agire degli stalker: mi hai abbandonato e io non faccio male a te, ma colpisco i tuoi affetti perché tu soffra. Perché una delle caratteristiche principali del mondo malato degli stalker è quella di ridurre tutte le vite al mortaio della loro angoscia malvagia.

Per questo la loro fortuna è anche la loro perdizione. Perché spesso il comportamento abusante segue linee di escalation infide, che partono da gesti che, se non socialmente elogiati, non sono però allarmanti: il messaggio insistente, il regalo, l’improvvisata… Pieni come siamo di «Voce ‘e notte» e delle decine di canzoni che celebrano il lamento dell’amante abbandonato sotto le finestre di colei che ama, vogliamo scandalizzarci se uno prova a citofonarti alle tre di notte, magari con qualche scusa improbabile? E poi si sale, si passa alla molestia sul luogo di lavoro, all’intimidazione delle persone circostanti, alla progressiva e arbitraria pretesa intrusiva.

Una reazione ferma e immediata, nella stragrande maggioranza dei casi, salva non solo la vittima di stalking, ma lo stalker stesso. Ma chi glielo spiega a quelle donne, spesso meravigliose, che combattono con le unghie e con i denti per difendere uno slancio, un’emozione un sogno tenero e non vogliono rassegnarsi a vedere che non c’era nient’altro che polvere e fumo? Provateci voi. Io, da maschio, penso siano più alla mia portata gli schemi di Thiago Motta.

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