20 anni senza Pasquale Soccio, l’aedo di Gargano segreto e Materna terra

by Mariella Di Monte

Vent’anni fa, nella stessa cittadina di San Marco in Lamis in cui era nato l’11 maggio del 1907, si chiudeva l’esperienza terrena di Pasquale Soccio, uno dei più illustri figli del Novecento in Capitanata e una delle più eminenti figure di intellettuale meridionale del recente passato.

Insegnante elementare e studente del Magistero di Roma negli anni Trenta, ebbe come maestri Giuseppe Lombardo Radice, Guido De Ruggiero e Benedetto Croce, di cui assorbì totalmente la filosofia. Nel 1938 si laureò in pedagogia; dal 1939 al 1975 fu ininterrottamente al Liceo “Ruggiero Bonghi” di Lucera, per i primi undici anni come docente di storia e filosofia e successivamente come preside. Inflessibile ma amatissimo dai suoi studenti, convinto assertore della centralità della scuola come motore di crescita sociale e civile, palestra di vita e strumento di elevazione individuale e collettiva, nella realtà di una provincia meridionale ancora molto arretrata e, per di più, devastata dalla guerra, seppe formare generazioni di studenti e il liceo da lui diretto divenne fucina per l’intera classe dirigente locale e non solo.

Convinto com’era che “nella mia scuola si entra bambini e si esce uomini”, avvertiva in modo pregnante la responsabilità di dare un’impronta indelebile ai ragazzi che gli erano affidati e per i quali si sentiva in qualche modo padre, lui che non si era mai sposato né aveva avuto figli suoi, forse per via del disturbo della vista da cui era affetto sin da giovanissimo e che diverrà poi completa cecità.

I suoi interessi culturali spaziavano dalla letteratura alla storia, dalla filosofia alla pedagogia, dalla poesia all’impegno politico. I suoi studi su Giambattista Vico sono un punto di riferimento assoluto per chi volesse conosce meglio il grande filosofo napoletano, mentre il volume “Unità e brigantaggio” ha aperto un varco nell’interpretazione di un fenomeno che interessò buona parte del Mezzogiorno all’indomani dell’unità d’Italia. Dal punto di vista più strettamente letterario e poetico, Gargano segreto e Materna terra rendono conto dell’amore viscerale che legava questa illustre figura di intellettuale ai suoi luoghi, a quella Capitanata amara e tuttavia amatissima, di cui ha saputo cantare in modo struggente la bellezza e valorizzare la cultura.

Un impegno, svolto anche attraverso la collaborazione con numerose riviste letterarie e storiche nazionali, che nel marzo del 1993 gli valse il conferimento da parte del Capo dello Stato, nella persona di Oscar Luigi Scalfaro, dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce per l’impegno a favore della cultura e della scuola.

Dopo il pensionamento, con grande lucidità intellettuale, trovò il modo di continuare ad impartire le sue lezioni, facendo nascere nel 1995 la “Fondazione Angelo e Pasquale Soccio”, alla quale destinò i suoi risparmi economici, i suoi libri e le lettere ricevute da vari protagonisti della cultura italiana del Novecento. È stata un’idea felice e fertile di iniziative per il territorio, grazie anche all’impegno di vari studiosi, come l’italianista Michele Dell’Aquila, già preside della facoltà di Magistero dell’Ateneo barese, uno dei massimi esperti di letteratura pugliese, che della Fondazione è stato il primo presidente. A questa istituzione, che ha sede a San Marco in Lamis, nel complesso che include anche la biblioteca comunale della città natale di Soccio, si devono varie iniziative, come l’organizzazione di convegni di studi dedicati a personaggi di rilievo assoluto, come Giacomo Leopardi, in occasione del bicentenario della nascita, a esponenti della letteratura pugliese, come Nino Casiglio, o a tematiche specifiche, come la letteratura dialettale in Puglia; né va dimenticata l’assegnazione di borse di studio per le migliori tesi universitarie.

Attualmente la fondazione è presieduta da Claudio Lecci, già alto funzionario della Polizia di Stato – a sua volta scrittore e “allievo prediletto”, come lui stesso amava definirlo, che gli fu vicino fino agli ultimi giorni terreni – e contribuisce a tenere viva la memoria di questo eletto figlio della Capitanata, che per amore della sua terra rinunciò forse alla maggior popolarità che gli sarebbe derivata dal trasferirsi in città più importanti e che, nonostante le umili origini, riuscì a raggiungere traguardi importanti e a dare lustro ad una provincia da sempre marginale nel grande traffico culturale.

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