La peste e l’aceto dei sette ladri

by Mariella Di Monte

Dopo un secolo e mezzo dalla Peste del 1348/’49, una nuova terribile epidemia scosse l’Europa. Portata presumibilmente in Occidente dai ratti, che infestavano le navi genovesi, la Peste Nera o Peste Bubbonica approdò inizialmente a Messina e, da lì, si estese a tutta l’Italia, la Provenza e la Francia. L’espandersi della pestilenza fu certamente agevolato dalle scarse conoscenze mediche e dalle precarie condizioni in cui versavano l’igiene pubblica e quella personale: nel Medioevo non si conoscevano più le terme e i bagni pubblici della tradizione romana, né si procedeva in modo corretto ed organizzato alle smaltimento delle acque reflue.

I contagiati manifestavano dapprima una febbre altissima, seguita dalla comparsa di gonfiore ai linfonodi che, a seguito della violentissima infiammazione, producevano i famosi “bubboni”, quasi sempre localizzati in sede inguinale. A fronte dei pochi che si salvavano, rimanendo immuni alle successive ondate del morbo, i più morivano dopo atroci tormenti, tra cui una inestinguibile sete e una fatale disidratazione.

Avvolti com’erano dalla superstizione, e con pochissime conoscenze utili a combattere la malattia, gli europei del tempo si convinsero che fosse vicina l’Apocalisse e, per impetrare il perdono dei peccati degli uomini e scacciare il maligno, un po’ ovunque furono organizzate grandi processioni che, riunendo le folle, finirono invece per favorire ulteriormente il diffondersi della pestilenza.

Sul fronte più strettamente terapeutico, il più noto ed applicato dei rimedi furono i salassi. Secondo una concezione che risaliva al medico greco Galeno di Pergamo, i quattro umori del corpo umano – il sangue, la flemma, la bile nera e la bile gialla, che corrispondevano ai quattro elementi classici greci, aria, acqua, terra e fuoco – dovevano mantenere tra loro un determinato equilibrio, la cui compromissione determinava lo stato di malattia. Nel caso di febbre, apoplessia o cefalea, Galeno pensava che vi fosse un eccesso – detto pletora – di sangue e calcolò, secondo un complesso metodo, quanto ne andasse eliminato, in ragione dell’età e costituzione fisica del paziente, della stagione e della temperatura climatica; a seconda dei casi e delle malattie, peraltro, il sangue dal asportare poteva essere arterioso o venoso. Ovviamente, su fisici già debilitati dall’infezione, una cura del genere finiva per essere fatale.

Quanto ai medicamenti, oltre a rimedi popolari di tipo fitoterapico, fu celebre “L’aceto dei sette ladri”, che in qualche versione furono anche quattro. In realtà, l’aceto era da sempre considerato un antisettico e i medici lo utilizzavano per inzupparne delle spugne, che poi tenevano davanti alla bocca quando visitavano i malati.

Accade però che nel 1630, mentre Tolosa era tormentata dalla pestilenza, sette (o quattro) ladri continuassero a saccheggiare le case ed a depredare i cadaveri degli appestati, restando tuttavia immuni dal contagio. Quando finalmente vennero arrestati, interrogati e processati, il giudice volle sapere come avessero fatto a compiere le loro prodezze in spregio al morbo, e gli fu risposto che, prima di avventurarsi tra gli ammalati ed i cadaveri, usavano cospargersi con un unguento composto da timo, lavanda, rosmarino e salvia macerati in aceto. I sette (o quattro) ladri furono condannati a morte, ma l’unguento che da allora portò il loro nome fu destinato a duratura fortuna.

Ovviamente, simili antidoti non avevano alcuna reale efficacia, e oggi ci fanno sorridere, ma nel ‘600 le erbe macerate in aceto ebbero grande popolarità e furono utilizzate per cercare di controllare le diverse ondate di pestilenza, unitamente alle virtù antisettiche – non del tutto irrilevanti, almeno queste – di alcune liliacee, aglio e cipolla in primis.

Tre secoli dopo, quando nel 1918 divampò l’epidemia di influenza “spagnola”, si ritiene che l’aglio sia stato in grado di tenere lontana la malattia da coloro che ne consumavano in grandi quantità. E durante la Seconda Guerra Mondiale, i russi applicavano aglio tritato sui margini delle ferite dei soldati, per evitare che si infettassero.

L’umile bulbillo, in effetti, è un potente battericida naturale, esplica la sua azione contro virus, vermi e diversi tipi di parassiti ed è considerato un nutraceutico per le sue molteplici proprietà salutari, in gran parte derivanti da allicina, disolfuro di allile e solfuro di allile, composti solforati che hanno efficacia curativa su un vasto spettro di infezioni ed esplicano un’azione protettiva contro tumori, ipertensione e varie disbiosi intestinali.

Oggi sappiamo molte più cose sul meccanismo di diffusione delle malattie, conosciamo l’importanza dell’igiene e l’efficacia terapeutica degli alimenti di uso comune. Certo, le malattie e il tam tam mediatico che attorno ad esse si scatena fanno scattare il panico, e l’attuale influenza riconducibile al Coronavirus non fa eccezione ma se, invece di disperarci, iniziassimo una cura a base di aglio e cipolla chissà…

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