Invisible (Nematoma): bellezza, tragedia e illusione nel film di Ignas Jonynas

by Nicola Signorile

Una sorpresa dal Panorama Internazionale del Bif&st 2020 arriva dalla Lituania. Invisible (Nematoma), opera seconda di Ignas Jonynas, allievo di  Krzysztof Zanussi,  è un film potente, ricco di suggestioni tematiche e di grande efficacia visiva. Una tragedia greca composta di passioni trattenute e slanci corporei, paesaggi mozzafiato e geometriche composizioni.

Le vicende di due uomini scorrono parallele sullo schermo. Condividono un passato oscuro che viene solo accennato: all’inizio vediamo il corpo di una donna insanguinato nel retro di un furgone e un uomo con i vestiti sporchi di sangue che cammina sconvolto in mezzo al nulla. Tutto intorno, una natura straordinaria tra distese d’acqua e immense foreste. Bellezza e purezza che stridono con l’efferatezza delle azioni umane. Scopriremo solo nel finale cosa è accaduto davvero.

Jonas (Dainius Kazlauskas) è un ex ballerino, un uomo tormentato, che si sente in gabbia accanto allo zio impagliatore, incapace di ritrovare la sua strada. Un pesante fardello sembra gravare sulle sue spalle. Vytas (Darius Bagdziunas) è appena uscito di galera, invece. Non ha che un pensiero in testa: la vendetta. Né la vicinanza di qualche amico, né la chiesa che frequenta, riescono a dargli conforto. Tormento e frustrazione da una parte, rabbia repressa dall’altra. Sentimenti suggeriti, accennati, poi continuamente sottolineati, ai quali lo spettatore cerca di dare un senso. Ma la sceneggiatura senza sbavature di Jonynas, scritta con Kristupas Sabolius, conduce il racconto in direzioni inaspettate, tenendo alta la tensione e rivelando a poco a poco particolari eloquenti sul mistero che lega i due personaggi. 

Jonas si finge cieco per partecipare a un talent televisivo. Il pubblico vuole “una storia triste con un happy end”, citando il cinico producer del programma,  uno dei tanti Got Talent in cui a prevalere è lo sfruttamento del freak e ciò che produce sensazione più che talento. Qui incontra Saulé (Paulina Taujasnkaité), sua nuova partner di ballo che sembra inizialmente turbata dalla sua disabilità, ma la loro relazione si sviluppa diventando una autentica intesa. La coppia diventa la più popolare dello show. Jonas con la sua disabilità inganna tutti, manipola il pubblico e il meccanismo televisivo.

Il regista ci mostra una Lituania preda della televisione, il cui potere straordinario forma la visione del mondo dei telespettatori, la loro percezione etica ed estetica. Il paradosso suggerito è che più immagini vede lo spettatore, più aumenta la sua cecità del mondo.

La riflessione sul potere della televisione va di pari passo con una certa critica alle false promesse di felicità del sistema capitalistico, al vinci il jackpot e diventerai milionario, generatore di false aspettative ed esistenze mediocri. Da una parte il Dio-televisione, dall’altra quello tradizionale, simboleggiato nella chiesa che dovrebbe dare conforto a Vytas, ma che si rivela priva di risposte soddisfacenti, almeno quanto l’illusoria dittatura dell’immagine.

L’uomo solitario e taciturno si barcamena tra lavoretti e colloqui con il prete del luogo, ma è l’attesa della vendetta la forza motrice che gli permette di andare avanti. Scopriamo intanto che è stato condannato per aver ucciso sua moglie Marija, delitto per cui si è sempre dichiarato innocente, e che la donna ha avuto una relazione con Jonas.

Invisible confronta differenti forme di cecità – fisica e simbolica – ponendo un interrogativo fondamentale sulla possibilità, oggi, di vedere ancora la verità. L’estetica del film intreccia gli impulsi del cinema di finzione con quelli documentaristici. Si concentra su dettagli e quadri inconsueti, sui contrasti di colori che lasciano intravedere i sentimenti nascosti dietro la cortina delle convenzioni sociali, dal mondo esterno (ritratto vividamente dalla fotografia di Denis Luschick) a quello intimo degli istinti primordiali.

La cecità di Jonas apre uno spazio per il corporeo e il sensuale, fino a mostrare sprazzi di non banale erotismo soprattutto nell’intreccio dei corpi di Jonas e Saulè. Parla poco il personaggio più a fuoco dell’opera, esprime le proprie emozioni attraverso i gesti e i movimenti del corpo, tramite il suo mezzo, la danza. 

Al centro del film c’è un triangolo amoroso, che tuttavia non ne esaurisce il senso. Siamo lontanissimi dal cinema di consumo e dal thriller convenzionale. Il triangolo è un pretesto per confrontarsi con questioni filosofiche e morali: i peso della colpa, gli effetti della menzogna, la capacità di auto-ingannarsi degli esseri umani per non affrontare la realtà. Con un finale spaventoso che ha il sapore della catarsi purificatrice, almeno per qualcuno. Invisible è una coproduzione tra Lituania, Lettonia, Ucraina e Spagna ed è passato in concorso nella sezione New Directors del 67° Festival di San Sebastián.

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