Femminista e sindacalista: Liliana Rossi, tante vite in soli 23 anni

by Lea Durante

Una corsa contro il tempo, la vita di Liliana Rossi. Nata a Bovino il 4 novembre del 1932  e morta  il 18 giugno del 1956, forse per un embolo, a soli 23 anni, Liliana aveva trovato il modo di diventare violinista, insegnante di musica, giurista, militante comunista, intellettuale femminista, in un’epoca e in un ambiente, la Capitanata delle lotte bracciantili, certamente periferici rispetto al dibattito culturale che per Liliana era fondamentale.

Liliana Rossi vive la sua infanzia ad Ascoli Satriano, dove il padre è  ufficiale sanitario. Al liceo salta le classi, al Conservatorio ottiene continui , prestigiosi riconoscimenti.

Non bisogna credere ai presagi, ma certo fa impressione la fretta con cui questa ragazza brucia le tappe per fare tutto il possibile nel poco tempo che ha, senza saperlo.

A Napoli frequenta l’ambiente dei suoi cugini De Giovanni, si fidanza col fratello del filosofo Biagio, incontra il cinema attraverso il Cineclub, diretto  dal matematico Renato Caccioppoli, scopre gli studi giuridici.

La richiede come assistente il costituzionalista e senatore democristiano  Alfonso Tesauro,  relatore nel 1953  di quella che Calamandrei  chiamò ”legge truffa” . Nonostante le differenti posizioni e il prestigio del professore, Liliana mantiene e matura la sua visione del mondo dalla parte degli oppressi, e cresce in quella scuola che la mette immediatamente a contatto con le vicende politiche del Paese al più alto livello. All’approfondimento della Costituzione dedica studi importanti, su aspetti  ancora controversi della giovane Carta: la libertà di religione e la realizzazione delle autonomie locali. Un punto, quest’ultimo, su cui secondo lei  si stava giocando una partita decisiva. Da un lato vi era la possibilità di realizzare davvero un governo democratico e rappresentativo  con la partecipazione dal basso, dai territori; dall’altro il rischio della creazione di un sistema di clientele fittissimo, capillare e inestricabile, che avrebbe reso asfittica, soprattutto a Sud, ogni ipotesi di maturazione di una seria classe dirigente.  Prevalse, come sappiamo, la seconda ipotesi.

La brillante vita culturale napoletana non fa dimenticare a Liliana i dolori della sua terra, dove vuole portare il frutto dei suoi studi, rompere il protagonismo maschile, misurarsi con la realtà di una situazione durissima. A Foggia apre il Cineclub, portando la Nouvelle Vague, il cinema russo, il cinema tedesco; insegna al Conservatorio;  parla di femminismo; fa concerti.

Di Liliana candidata alla Provincia di Foggia , di Liliana delegata dell’Udi, di Liliana oratrice per la CGIL, di lei compagna delle braccianti del Tavoliere, ci restano tanti discorsi, bozze, interventi, sempre molto circostanziati, documentati, concreti, realizzati con un metodo in cui politica e scienza giuridica si tengono per mano, Gramsci e Di Vittorio sempre come fari.

Poco prima di morire tiene un discorso bellissimo sulla condizione delle donne meridionali. Discute di diritti, di salario, di formazione scolastica, ma anche di rapporti famigliari, di retaggi sociali, di religione. E parla di emancipazione attraverso il lavoro, di bracciantato, e perfino di parto indolore. Spiega che la pace, la questione meridionale e perfino l’attuazione della Costituzione, passano per la capacità delle donne  di trasformare la propria condizione. Mette in una relazione strettissima comunismo e democrazia, ma non si nega le urgenti domande sullo stalinismo di cui il XX Congresso del Pcus ha appena rivelato i crimini.

Le restano solo pochi mesi, fa in affanno la campagna elettorale e prepara l’abito da sposa, quello che servirà per seppellirla.

La bara di Liliana passa davanti alla chiesa chiusa della sua Ascoli, come la ricorda Michele Placido nel film Del perduto amore, dedicato proprio alla sua storia. L’accompagna una folla di persona stupite, incredule, addolorate, e un corteo di donne e di bambine biancovestite: un  forte atto di disobbedienza alla Chiesa, di cui è difficile, oggi, comprendere la portata . Si disse che il vescovo, negandole il funerale cattolico in quanto comunista, avesse voluto vendicarsi degli agguati tesi nel 1947 dalla locale sezione del PCI contro il clero, reo di essersi schierato con i proprietari terrieri durante i primi sanguinosi scontri. Chissà se è vero, sarebbe molto brutto.

Grazie al lavoro del fratello Angelo, studioso, ex senatore della Repubblica, insegnante di filosofia,  tutto ciò che resta di Liliana non è disperso. Le sue parole lucide, dai saggi giuridici alle lettere famigliari, le sue fotografie, i documenti a stampa che raccontano la sua intensa e breve vita sono custoditi con amore e attenzione. 

A Rutigliano le è stata dedicata una scuola, a Bovino, dove c’è  da tempo un giardino a suo nome, il Consiglio d’istituto ha deliberato all’unanimità di dedicarle l’istituto comprensivo.  Ma non è  abbastanza. La sua memoria, il suo esempio,  vanno  tenuti vivi nelle scuole,  attraverso la ricerca, nel sindacato, fra le femministe,  nella toponomastica, nei libri.

Liliana sta stretta, in quei  quattro faldoni. E’ tempo di farla uscire.

*L’articolo è stato pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 19 giugno 2019

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