Anna Banti, la scrittrice delle donne, che ebbe Artemisia come “amica”

by Michela Conoscitore

Non erano le lodi che desiderava, ma un modo di scomparire affondando nella fatica”: scrive questo Lucia Lopresti, ovvero Anna Banti nel suo ultimo romanzo, Un grido lacerante, forse il suo più intimo. Dissolversi, non apparire è stato un sentimento costante nella vita della scrittrice, amava riversare sé stessa nella scrittura ma il suo legame con la letteratura rimaneva in quel recinto strettamente personale che escludeva i salotti letterari; ha sempre carezzato il sogno di una vita monastica, mai abbandonato, rinunciando felicemente alla mondanità. Per questo desiderio di invisibilità, Banti mise in crisi l’amicizia con la signora dello Strega, Maria Bellonci, tra le persone più care alla scrittrice.

Nacque come Lucia Lopresti a Firenze, nel 1895. Il padre Vincenzo, siciliano, era avvocato per le Ferrovie, la madre Gemma Benini era di Prato. La passione per gli studi umanistici gliela trasmisero proprio i genitori, la madre ad esprimere la sua emotività attraverso la scrittura, il padre nell’intraprendere prima il liceo classico e, in seguito, la facoltà di Lettere. Nel frattempo, la famiglia Lopresti si era trasferita da Firenze a Roma, dove la futura scrittrice strutturò il proprio percorso educativo e di crescita. Tra i banchi di scuola del liceo Tasso, s’innamorò incredibilmente per la vita: da poco introdotta come materia scolastica, dalla cattedra ogni giorno Lucia ascoltava rapita le lezioni di storia dell’arte del giovane professore Roberto Longhi.

Ti ho sempre voluto bene, anche quando non avrei dovuto, anche quando ti volevo odiare perch’eri arrivato a una cosa che ritenevo impossibile, innamorare Lucia Lopresti.

Dopo la laurea di Lucia, nel 1924 la coppia decise di sposarsi. Nel frattempo, Longhi era diventato tra i critici più stimati e importanti in Italia. Anche Lucia aveva il pallino dell’arte, in quegli anni confusi si trovò a dover decidere del proprio futuro: “Non ero fatta per la storia dell’arte. Non è stato un male cambiare campo. Anche perché visto che c’era già Longhi a fare il critico così bene, non mi pareva ci fosse bisogno di un’altra a fare la stessa cosa molto meno bene. Lui era un genio della critica d’arte, io sarei stata una normale storica dell’arte. Anche se qualche intuizione, in questo campo, l’ho avuta”. Lucia comprese che la sua strada era quella della scrittura, quella passione antica che le avevano instillato i genitori e in cui si perdeva, in cui riusciva a costruire mondi e a dare voce ai dimenticati.

Mi sarebbe piaciuto usare il cognome di mio marito. Ma lui l’aveva già reso grande e non mi sembrava giusto fregiarmene. Il mio vero nome, Lucia Lopresti, non mi piaceva. Non è abbastanza musicale. Anna Banti era una parente della famiglia di mia madre. Una nobildonna molto elegante, molto misteriosa. Da bambina mi aveva incuriosita parecchio. Così divenni Anna Banti. Del resto il nome ce lo facciamo noi. Non è detto che siamo tutta la vita il nome della nostra nascita.

Quel giorno, nacque la scrittrice Anna Banti. Quella lontana parente, scorta dalla Lucia bambina sempre velata, si impossessò del genio letterario della Lucia adulta iniziando così a riempire taccuini e quaderni: Anna studiava alacremente prima di ogni romanzo, annotava fittamente qualsiasi cosa potesse servirle, costruiva così lo scheletro dei suoi romanzi, individuava gli aspetti da approfondire per poi passare alla stesura definitiva. Quegli appunti costituivano la sua unica, vera ricchezza tanto che quando i bombardamenti del 1944 su Firenze distrussero casa Longhi in Borgo San Jacopo, e Banti perse i taccuini in cui stavano prendendo forma Artemisia e Il bastardo, fu affranta e si vide persa. “Com’è brutto non essere più neppure in un foglio”, e scrisse a Maria Bellonci: “Non ho recuperato i miei manoscritti, non li riavrò mai più. Non solo Artemisia e l’altro romanzo, ma tutto, tutto quello che avevo scritto, da tanti anni, abbozzi, racconti finiti e non finiti, tutto, tutto.

Eppure arrendersi non era un verbo che lei contemplasse a lungo, anche perché la voce di Artemisia le risuonava forte nella mente: riconcepì l’intero romanzo che da biografia si trasformò in dialogo, a parlare l’Anna che vaga tra le macerie di Firenze e Artemisia, donna del Seicento:

Una donna: proprio quello che una fanciulla non ha voglia di diventare, checché le sia successo. Ma c’è poco da scegliere, e meno ce n’era nel milleseicentoventidue o venticinque, a Roma.

Artemisia, pubblicato nel 1947 per Rizzoli, fu preceduto da Itinerario di Paolina, Il coraggio delle donne, Sette lune e Le monache cantano; tutte donne, Anna Banti le rese, finalmente, protagoniste delle loro vite. Il merito, se così si può definire questo dono della scrittrice, è stato quello di indagare minuziosamente la condizione femminile in ogni epoca, agilmente Banti si spostava di secolo in secolo riuscendo a cogliere con sguardo attento e sensibile come fosse la vita per le donne che l’avevano preceduta: “La mia ricerca non mi soddisfaceva. Non ci sono stati geni nel mondo delle donne ma il tumultuare di api furiose dalla vita breve. Tuttavia tra tante pagine arrotolate di nascosto, qualche donna gemeva con occhi pieni di lacrime”. I suoi romanzi, quindi, costituiscono una sorta di denuncia a quel che le donne hanno dovuto subire per secoli. Anna Banti, attraverso le sue storie, educò le donne contemporanee ad una femminilità forte, sicura per puntare all’autodeterminazione, alla costruzione di una personalità scevra da intromissioni maschiliste, ma supportata da comunanze maschili.

Artemisia le divenne amica, il suo romanzo più celebre e importante: per Anna Banti la pittrice divenne una sorta di eroina delle sue protagoniste perché: “Fu una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi”. Dopo Artemisia, arrivarono altre grandi come la Lavinia della raccolta di racconti de Le donne muoiono. Vide anche la luce l’altro romanzo perso sotto i bombardamenti di Firenze, Il bastardo, che fu pubblicato nel 1953.

Il legame con Roberto Longhi col tempo si rafforzò sempre più, un rapporto il loro non soltanto sentimentale, pure letterario che culminò con la nascita della rivista Paragone. In breve tempo divenne tra le più rilevanti del settore e fu animata dalle due anime dei fondatori, l’arte e la letteratura.

I generi maggiormente frequentati da Anna Banti erano il romanzo storico, con un tocco di realismo magico a volte, e l’ucronia: al primo filone appartiene un’altra opera significativa della scrittrice, Noi credevamo. La scrittrice abbandona momentaneamente le narrazioni femminili, per raccontare i retroscena del Risorgimento italiano: in un ritrovamento immaginifico, Anna Banti legge al lettore il diario del nonno mazziniano, dove lui racconta della propria disillusione alla scoperta che gli ideali alla base degli stimoli risorgimentali furono dimenticati ben presto quando il Piemonte annesse il Regno di Napoli per dare vita al paese unito: “Nessuno credeva più a nulla, solo al potere taumaturgico delle reliquie”, afferma Domenico Lopresti nel romanzo. Un interessante riflessione, quella della Banti, su uno dei periodi più oscuri dell’Italia dal punto di vista storico.

Il 1970 fu un anno difficile per la scrittrice, infatti dopo la perdita dei genitori venne a mancare il marito. Per celebrarlo, Anna Banti diede vita alla Fondazione Roberto Longhi per l’Arte, per ricordare l’apporto insostituibile a cui contribuì il marito con il suo lungo operato nel mondo dell’arte.

La sua vita letteraria, però, non era ancora terminata perché la scrittrice vinse il Premio Bagutta, nel 1972, e il Premio Campiello col suo ultimo romanzo Un grido lacerante, nel 1981. A più di ottant’anni decise di avverare un sogno del marito, un viaggio on the road in Portogallo per studiare l’arte del paese iberico.

Probabilmente è tra le autrici meno conosciute della nostra letteratura, eppure questa signora schiva, che amava perdersi nelle voci dei suoi protagonisti e non nelle chiacchiere da salotto, forse avrebbe amato rimanere nell’ombra delle nostre conoscenze letterarie. Poi scoprirla magari un giorno, vederla spuntare improvvisamente per guidarci nella storia di una donna che, come lei, ignoravamo, dimenticata dai secoli a cui lei ha ridato voce e spazio.

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