«Il cambiamento climatico produce nel nostro mare specie aliene». Il prof Russo nei fondali delle aree protette di Baia e Regno di Nettuno

by Michela Conoscitore

Il mare acquista una particolare attrattiva soprattutto in estate, quando si trasforma in un vero e proprio rifugio per scrollarci di dosso la ‘polvere’ dei mesi invernali. Al di là di questa ‘funzione’ ricreativa, possiamo affermare di conoscere davvero gli ecosistemi marini, e soprattutto, come non arrecare danno a uno dei biomi che è di vitale importanza per la vita sul Pianeta?

Il ruolo svolto dalle aree marine ed oceaniche è indispensabile: contribuiscono a mantenere l’equilibrio climatico e a tutelare la biodiversità. Quel che spesso si dimentica o non si conosce è la loro capacità limitata di recupero, il che vuol dire che una volta intaccato, l’ambiente marino farà fatica a ristabilire il fragile equilibrio che lo contraddistingue. La legge sull’istituzione delle aree marine protette, nel 1968, in Italia ha posto un freno alla pressante antropizzazione che rischiava di soffocare irrimediabilmente vaste aree di basilare rilevanza naturalistica ed ecologica. Ma non basta.

bonculture ha intervistato il professor Danilo Russo, docente di Ecologia all’Università Federico II di Napoli per approfondire l’argomento e scoprire alcune delle aree marine protette della Campania, tra le regioni in Italia più tutelate:

Professor Russo come si differenziano gli ecosistemi marini da quelli terrestri?

Gli ecosistemi marini funzionano fondamentalmente come quelli terrestri, seppur presentino alcune fondamentali differenze. Il grosso della produttività organica sulla Terra è addotto a piante che riusciamo a vedere, in mare questo compito è assolto primariamente dal fitoplancton, organismi vegetali che, come le piante terrestri a cui siamo abituati, riescono a costruire sostanza organica utilizzando l’energia della radiazione solare e l’anidride carbonica. Nel caso del fitoplancton, però, parliamo di organismi microscopici presenti nell’acqua. Altra importante differenza è che sulla terra la luce è disponibile ovunque, escludendo gli ambienti sotterranei, mentre le acque marine tendono ad attenuare l’energia luminosa: al di sotto della cosiddetta zona fotica la luce non riesce a trapelare e, quindi, la fotosintesi non è possibile. Quindi solo nella fascia superficiale, in media fino ai 200 metri, anche se questo valore cambia tanto a seconda della torbidità dell’acqua, in mare si verifica la fotosintesi. Il ‘concime’ di questo sistema deriva dalla decomposizione di particelle organiche che microrganismi decompositori mineralizzano, trasformandola in nutrimenti. Il fatto è che il particolato organico tende ad affondare, per cui si verifica uno ‘scollamento’ spaziale tra la disponibilità di luce, che è superficiale, e quella di nutrienti, profonda. Fondamentale quindi che questi nutrienti risalgano dalle profondità verso la superficie per ‘alimentare’ il fitoplancton e consentirgli la fotosintesi. Il rimescolamento della colonna d’acqua è fondamentale per attuare questo meccanismo, e segue una stagionalità: in inverno la colonna d’acqua è completamente rimescolata per via delle turbolenze del periodo e perché il riscaldamento da parte del sole è meno intenso, anche se c’è appunto meno luce disponibile per la fotosintesi. In primavera, in modo più importante, e in autunno con portata minore, abbiamo i due picchi di produttività in cui si associano il rimescolamento dell’acqua, che porta i nutrienti verso le acque superficiali, con una maggiore quantità di luce che permette al fitoplancton di massimizzare la fotosintesi e produrre un effetto positivo a cascata sulla biomassa marina e la biodiversità.

Ninfeo di Claudio

Quindi questi ecosistemi si reggono su un equilibrio abbastanza fragile…

Come tutti gli ecosistemi, anche quelli marini sono molto fragili. Se ci spostiamo negli oceani, il cambiamento climatico sta alterando molto questi equilibri perché il mare è come una pentola la cui fonte di calore, tuttavia, si trova in cima. Sottoposta al calore, l’acqua diventa meno densa e resta in superficie creando una ‘struttura termica’ della colonna d’acqua che, se troppo pronunciata, impedisce la risalita delle acque profonde, fredde e più pesanti, e dei nutrienti che contengono fino alla superficie, bloccata dall’acqua calda, per così dire. In questo modo al fitoplancton vengono a mancare i nutrienti per la fotosintesi. Col cambiamento climatico, molte aree oceaniche che tradizionalmente erano altamente produttive adesso, a causa di questa stratificazione termica più netta dell’acqua, hanno visto modificare il meccanismo di circolazione, causando una vera e propria desertificazione.

Mosaico Pancrazio

Quali sono le altre ripercussioni causate dall’eccessiva antropizzazione dell’ambiente marino?

Sono tantissime, e sono simili a quelle che colpiscono gli ecosistemi terrestri. Dal cambiamento climatico all’inquinamento che è assolutamente fuori controllo, le micro e macro plastiche in mare stanno aumentando esponenzialmente, per non parlare della presenza di idrocarburi e della diffusione di specie aliene.

Anche la capacità di pescato dei mari è diminuita enormemente…

Assolutamente, il mare non è una fonte inesauribile di risorse alimentari e noi lo sovra sfruttiamo. Consideri che il pescato disponibile nelle nostre pescherie non proviene che in parte assai ridotta da acque italiane, il pescato nazionale si esaurisce prestissimo durante l’anno. Per ovviare importiamo pesce proveniente da altre aree del Mediterraneo, e oltre.

Villa a Protiro

Qual è lo stato di salute del Mediterraneo?

Sono un ecologo terrestre e per quanto appassionato, innamorato onestamente, del mare questo non è propriamente il mio ambito di competenza, ma posso dirle che il Mediterraneo risente della forte antropizzazione delle coste, popolate da secoli. Come sappiamo è qui che si è evoluta la civiltà. È un recettore naturale di quel che viene prodotto sulla terra. Anche sul nostro mare si ripercuote il cambiamento climatico, e la presenza delle cosiddette specie aliene, un problema enorme, che deliberatamente o, molto spesso, accidentalmente introduciamo a partire da altre aree geografiche. Conseguenza di ciò, uno squilibrio fortissimo nelle dinamiche degli ecosistemi proprio perché non sono specie che si sono evolute in quel determinato ambiente marino. Nel Mediterraneo il problema è generato anche dal ‘collegamento’ artificiale col Canale di Suez, che mette in relazione il Mar Rosso col nostro bacino. Nel tempo, complice anche il cambiamento climatico, molti degli organismi del Mar Rosso hanno iniziato a popolare il Mediterraneo. L’arrivo delle cosiddette specie lessepsiane, da Ferdinand de Lesseps, progettista del Canale che non andrebbe sicuramente molto fiero di questo collegamento al suo nome, ha determinato o sta determinando problemi di coesistenza con le specie autoctone.

Con la legge del 1968, in Italia è stata introdotta l’istituzione delle cosiddette aree marine protette. Qual è la loro funzione?

L’istituzione delle aree protette permette di tutelare la loro particolare rilevanza naturalistica e proteggerle dal punto di vista ecologico. Tra l’altro esse, spesso, funzionano da vivaio: il vincolo della pesca vigente in queste porzioni di mare è spesso vissuto dai pescatori come un problema, in realtà è una grande opportunità perché moltissime specie qui possono riprodursi e, conseguentemente, ripopolare le aree limitrofe. Queste aree sono gestite con un sistema di zonazione come quelle terrestri, esistono dunque porzioni di queste aree protette in modo integrale, altre di riserva generale, e altre ancora dove sono permesse attività antropiche a diversi livelli anche se attentamente monitorate. Inoltre, le aree marine protette permettono grosse opportunità di ricerca. Però protette dovrebbero esserlo davvero, spesso le capitanerie di porto sono a corto di personale, e le stesse aree protette ne sono sprovviste. Alcune aree marine protette hanno solo il direttore o poco più! Sarebbe da implementare la tutela attraverso programmi che mirino al controllo del territorio e alla prevenzione di fenomeni come la pesca abusiva.

La Campania è una delle regioni italiane contraddistinta da numerose aree marine protette. Sicuramente, tra le più importanti, spicca quella di Baia che vanta una valenza archeologica oltre che naturalistica…

L’area marina protetta di Baia è stata istituita soprattutto per la sua valenza archeologica, estremamente rilevante. Ci troviamo nei Campi Flegrei, tra Pozzuoli, uno dei porti commerciali più importanti dell’impero romano, Baia, celebre località residenziale, e Capo Miseno, sede della flotta navale romana. Questa zona aveva un enorme interesse strategico per i romani. L’area possiede anche una peculiarità geologica, poiché è interessata dal fenomeno del bradisismo. La camera magmatica su cui ‘poggia’ l’area si riempie e si svuota provocando fenomeni di sollevamento o abbassamento. Quel che successe all’antica località di Baia, e l’area marina protetta è quel che resta dell’insediamento romano. Lo si può raggiungere agevolmente, essendo a quattro cinque metri di profondità, anche facendo semplicemente snorkeling. Ci sono alcuni siti importanti come il Ninfeo dell’imperatore Claudio, dove sono state posizionate le repliche delle statue, dei ritratti dinastici, che lo abbellivano, gli originali sono conservati presso il Museo Archeologico dei Campi Flegrei, nel castello aragonese di Baia. Si scopre, poi, una strada basolata che porta al cosiddetto Lacus Baianus, e poi la zona delle ville. Tra tutte posso citarle quella del Protiro che ha dei mosaici magnifici, come quello a motivi geometrici o quello dei lottatori di pancrazio, la boxe greca. Lascia senza fiato il momento in cui la guida sposta la sabbia e fa riemergere questi splendidi mosaici. Il turismo, qui, è assolutamente controllato e sottoposto a stretta autorizzazione e autorizzato, e solo in piccoli gruppi è possibile immergersi e visitare l’area marina protetta con guide autorizzate. Uno dei siti di immersione è famoso per la presenza di fumarole, ricordando la peculiarità vulcanica della zona, in cui i guarracini, dei pesciolini comuni dell’area, si godono il getto caldo quasi come una Spa sottomarina. Baia è una zona di interesse archeologico, geologico e naturalistico unica al mondo.

Un’altra area marina protetta campana di cui consiglierebbe la visita qual è?

Quella del Regno di Nettuno, tra Procida, Ischia e Vivara, che vanta dei fondali di grande interesse. Qui si trova ancora il corallo rosso, e per quanto sia un’area a forte richiamo turistico, è il regno dei cetacei. L’isolotto di Vivara, connesso a Procida da un ponte, è un sito migratorio per gli uccelli molto importante, su questo c’è uno studio dell’Università Federico II di Napoli che è pluridecennale e documenta la frequentazione di Vivara dell’avifauna migratoria.

You may also like

Non è consentito copiare i contenuti di questa pagina.