Il più popolare

by Orio Caldiron

Se ne va con Andrea Camilleri il più popolare scrittore italiano. Quello che conoscono tutti anche se non frequentano le librerie, ma accendono ogni tanto la tv. “Montalbano sono!”. Il successo planetario delle numerose serie di telefilm ha reso proverbiali non solo Salvo – capocomico, buttafuori e alter-ego dello scrittore – ma anche l’ispettore Fazio, il vice Augello, il dottor Pasquano, l’imbranato genio del computer Catarella. Un teatrino di protagonisti e di comprimari che agisce nel commissariato di Vigata, nell’abitazione di Montalbano affacciata sul mare, nelle strade e nelle piazze del paese, spesso vuote e bellissime come altrettante magiche cartoline in cui la messinscena dell’azione passa attraverso gli incontri con i vigatesi e soprattutto le vigatesi di una certa età che nella loro particolarissima lingua illuminano il caso e i suoi immediati dintorni con una sapida chiacchierata o con una godibile digressione. Perché qui l’indagine poliziesca non va in fretta, ha i suoi tempi, le sue pause, le sue attese e, quando serve, la sua vivace accelerazione di ritmo, senza mai dimenticare l’immancabile passaggio al ristorante da Calogero o da Enzo.

Il segreto di Andrea Camilleri è indubbiamente il suo enorme talento di affabulatore, la sua tenace vocazione di storyteller a cui corrisponde l’invenzione di una lingua dal sapore misterioso e antico che attribuisce alle situazioni e alle figure il respiro dell’epos. Come se il narratore – secondo il suo esplicito desiderio, ripetuto più volte anche recentemente – fosse in mezzo alla piazza circondato dalla gente a cui sta raccontando una storia.

Ma il suo segreto è insieme più semplice e più complesso, rimanda alle circostanze dell’intera biografia di quest’uomo eccezionale che ha vissuto parecchie vite. Grande conoscitore del teatro e della sua storia (basta sfogliare la decina di volumi dell’Enciclopedia dello spettacolo per restare ammirati dinanzi alle tante voci che confermano l’ampiezza delle sue conoscenze e delle sue ricerche), è riuscito a saldare come pochi altri la teoria e la pratica, frequentando prima come allievo regista (negli anni successivi metterà in scena un centinaio di testi) e poi come insegnante le aule dell’Accademia d’arte drammatica, ma insieme lavorando per trent’anni alla Rai come responsabile della prosa, a cui si devono decine e decine di programmi, dalle mitiche inchieste di Maigret con Gino Cervi a tutte le commedie di Eduardo De Filippo. Quando ci si chiede come gli sia riuscito di contribuire in modo così incisivo e determinante al decollo della serialità nazionale, non si possono dimenticare i percorsi intrecciati della sua vita straordinaria per cui un uomo di libri come lui si è incontrato con l’insegnamento, il palcoscenico, la televisione, acquisendo la dimensione mediologica purtroppo a lungo estranea alla cultura italiana.

Come di Georges Simenon si distinguono i romanzi con Maigret e quelli senza Maigret, nella sovrabbondante attività letteraria del maestro di Porto Empedocle, accanto alle indagini di Montalbano sono apparsi nel corso degli anni anche i romanzi senza Montalbano, ambientati nel passato di Vigata e costruiti in un modo del tutto particolare. Avviati da La concessione del telefono – a cui fanno seguito La stagione della caccia, Il birraio di Preston, La mossa del cavallo, Il re di Girgenti e un’altra ventina di titoli – sono romanzi strepitosi in cui l’evocazione del passato pre e post unitario è affidata agli scartafacci, e cioè ai testi ufficiali, alle lettere private, ai documenti di ogni tipo, inventati con un folgorante estro filologico che rende il falso più vero del vero. Non è difficile vedere dietro la complessa tessitura di fatti storici e di documenti ben trovati la grande lezione di Leonardo Sciascia, amico e riferimento di tutta la vita. Questa serie fuori serie è forse la più ricca e sorprendente di una produzione letteraria che non si è privata di nulla. È qui tra i libri senza Montalbano che Camilleri si rivela anche abilissimo scrittore di racconti, come quelli raccolti in Grande circo Taddei e in Le vichinghe volanti, altrettante storie di Vigata in cui il divertimento è assicurato, mentre l’inarrivabile sperimentatore mescola i colori e i generi, azzarda curiose sortite nel surreale, o si lascia tentare dall’erotismo (brancatiano?).

Se si deve suggerire un autore, quasi un modello per uno scrittore senza modelli come lui, l’unico nome che viene in mente è quello di Luigi Pirandello. Filtrato attraverso la mediazione di Sciascia o attinto direttamente alle fonti e ai ricordi personali, è la figura mefistofelica del grande scrittore siciliano che si intravede sullo sfondo quando non viene in primo piano a segnalarci il rimando e l’agnizione. Nella decisa condanna della corruzione e nel rifiuto intransigente del malgoverno, come nel suo accorato pessimismo umanistico, si sente la sintonia con il Pirandello politico di I vecchi e i giovani del 1913, l’amara denuncia delle illusioni risorgimentali e delle speranze tradite dello stato unitario. Un romanzo attualissimo e polemico che con implacabile lucidità sembra andare alle origini delle contraddizioni nazionali, del senso profondo e doloroso di incompiutezza di un Paese a rischio di smarrire se stesso e la propria identità.    

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