Fino all’ultimo respiro, il capolavoro di Jean-Luc Godard con un giovane Jean Paul Belmondo

by Marianna Dell'Aquila

Appena quattro settimane di riprese, un budget di soli 45 milioni di franchi francesi, una macchina da presa nascosta in una bicicletta, ma soprattutto tantissima libertà espressiva.

E’ stato girato così Fino all’ultimo respiro, il film di Jean-Luc Godard che quest’anno compie sessant’anni. Uscita nel 1960, la pellicola del regista francese è un capolavoro assoluto, lezione di regia e di libertà creativa che non ha precedenti. Fino all’ultimo respiro è infatti il film considerato il manifesto della Nouvelle Vague francese, il movimento culturale e cinematografico nato da un gruppi di intellettuali (tra i quali lo stesso Godard) riuniti intorno alla rivista Les Cahiers du Cinéma. Dalle pagine dei Cahiers, Godard e i suoi colleghi, come Francois Truffaut e Eric Rohmer, si erano fatti promotori della “politica degli autori”: il regista non è più un soggetto alle dipendenze di un produttore, ma è un artista con una sua poetica, un suo stile al pari di uno scrittore o di un pittore.

Il regista è l’autore e l’unico responsabile dei suoi film. I film della Nouvelle Vague volevano rompere con gli schemi del passato, con i canoni del cinema classico di genere sia nei contenuti che nella forma. Il loro successo fu determinato soprattutto da fatto che si rivolgevano ad un pubblico giovane di cui venivano riportate le mode e gli atteggiamenti, ma soprattutto i loro ideali, la loro voglia (ed esigenza) di rompere con il passato, di allontanarsi dai valori canonici come il lavoro fisso e l’autorità familiare.

Tratto da un soggetto di Francois Truffaut e ispirato ad un fatto di cronaca, Fino all’ultimo respiro infatti racconta la vita di Michel Poiccard, un ladro inseguito dai poliziotti per aver ucciso un loro collega durante un tentativo di arresto. Durante la sua fuga a Parigi, con la speranza poi di partire per l’Italia, Michele incontra Patricia. Patricia è una studentessa americana che Michel vorrebbe portare con sé sperando che diventi sua complice in una vita vissuta, appunto, “fino all’ultimo respiro”. Patricia però è spaventata dallo stile di vita di Michel, per questo cerca di allontanarsi da lui e lo denuncia alla polizia. Proprio durante la sua ennesima fuga, Michel viene ucciso da un colpo di pistola davanti agli occhi della ragazza.

Con questo film Jean-Luc Godard ha inaugurato un nuovo linguaggio cinematografico basato su tecniche di ripresa e autonomia produttiva che avrebbero influenzato il cinema per decenni.

Il regista francese ha sfidato le leggi tradizionali del cinema – soprattutto americano di genere – proponendo un’opera costruita con un montaggio sconnesso, sguardi puntati verso l’obiettivo della macchina da presa e attori che si rivolgono direttamente al pubblico (Michel fa monologhi ad alta voce e si rivolge al pubblico quasi come se non esistesse la barriera dello schermo cinematografico). Non lavorava seguendo la sceneggiatura o un piano di produzione prestabilito, ma prendeva decisioni solo dopo aver guardato le riprese del giorno, i cosiddetti giornalieri. Jean-Luc Godard ha portato sul grande schermo un anti-eroe rispetto a ciò che il pubblico era abituato a vedere, soprattutto nel cinema americano di genere. Michel non è Humphrey Bogart (che viene volutamente citato nel film), ma un giovane Jean Paul Belmondo ancora sconosciuto capace di assumere una gestualità fisica e una dinamica degli sguardi assolutamente nuove.

Fino all’ultimo è quindi un film che ci parla di libertà e il regista ce lo dimostra attraverso le sue scelte creative e produttive. Una libertà che forse ha la sua massima espressione proprio nella scena finale, quella in cui Michel sta morendo. Patricia si avvicina a lui e come Humphrey Bogart nei suoi noir, passa il pollice sulle labbra. E’ a quel gesto e alle parole di Patricia che possiamo ricondurre il pensiero del regista: “La verità è che quando tu avresti dovuto parlare di me, tu parlavi di te, e quando io avrei dovuto parlare di te, io parlavo di me”.

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